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La guerra sul cloud passa dai costi alle funzioni

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La guerra sul cloud passa dai costi alle funzioni

Sul palco del molo 48 di San Francisco non sale in tailleur ma con un pantalone e doppia casacca di seta marrone sopra e beige sotto, con scarpe basse in tinta e tanta voglia di rendere credibile un business, quello dei servizi cloud B2B, che Google vuole rendere in prospettiva altrettanto profittevole quanto la gallina d'oro della pubblicità del motore di ricerca.

Diana Greene, 61 anni (quanti Eric Schmidt, il “grande vecchio” mentore di Larry Page), è stata la cofondatrice e Ceo di VMware dal 1998 al 2008. Nella sua agendina di pelle ci sono i numeri che contano dei Fortune 500 e lei ama dire che “tutto quel che so di business l'ho imparato alle regate”. Ha portato ai massimi livelli l'azienda che domina il mercato della virtualizzazione (oggi assorbita dal colosso dello storage Emc) ed è diventata, da consigliere di amministrazione di Google nominato nel 2012, una dirigente dell'azienda con responsabilità per la neonata Google Cloud Platform (GCP), dedicata alla vendita di servizi cloud alle aziende.

È il modo in cui Google ha deciso di flettere i muscoli per dimostrare che sul cloud fa sul serio. Circa l'80% del valore dell'ICT sta nella parte B2B, e Google spera di riuscire a portare la sua riorganizzata divisione business a fare affari non con le startup ma con i grandi del mondo del business: sul palco della GCP 2016 salgono infatti i testimonial non solo di Spotify ma soprattutto di Coca Cola, Disney Interactive, Home Depot. Una lunga teoria di aziende “tradizionali” che vedono nel cloud pubblico di Google una strategia oggi possibile.

La partita del cloud è diventata complessa, come dimostra Google: ultima arrivata alla festa del cloud per i servizi B2B, nonostante in pratica sia stata la prima grande azienda a costruire sulla capacità della nuvola il suo successo, la divisione GCP della Greene sposta il tiro su un nuovo bersaglio. Il cloud non è più una corsa al ribasso dei servizi di storage e di calcolo ma un fascio di funzionalità impossibili per la singola azienda, per quanto grande sia. Il nuovo cloud di Watson della Ibm e di Cortana di Microsoft e via via di Amazon con i suoi servizi, è un cloud di funzionalità: big data, machine learning, intelligenza artificiale, sistema di analisi dei dati. È un sistema che abilita e che potenzia, non solo e non più un sistema che fa risparmiare (Su Microsoft le novità le potete leggere nella realtà aumentata di spalla “Il futuro è dei bot”ndr). Per questo, i servizi cloud stanno sbocciando dalla fase larvale di commodity a quello lepidottero delle funzionalità, passando per un inedita crisalide in cui si può vedere ancora un po' di tutti e due.

Per il vecchio modello, ad esempio, Amazon ha lanciato Glacier, il suo servizio di storage “lento” che permette di archiviare terabyte di dati per centesimi di dollaro e che Google sfida con con “Near Online”, che ha lo stesso prezzo ma tempi di accesso non di ore ma di secondi. Per il nuovo modello, Ibm alimenta Watson con fiumi di dati eterogenei per creare la base di servizi da rivendere in rete, e crea strumenti per produrre app facilitate per le aziende.

Il dato comune, che sta scuotendo la pianta ad alto fusto del cloud, è un cambiamento di paradigma che la Greene praticamente incarna: il cloud sta alzando il livello di astrazione. Da insieme di macchine virtuali, server logici che funzionano sopra un insieme di server fisici, in un gioco complesso e sempre più difficile da gestire e che deve sostanzialmente garantire il funzionamento dei vecchi software e dei vecchi paradigmi di programmazione delle applicazioni, il cloud invece si trasforma in un insieme di contenitori, i “container”, che corrono sopra il “bare metal”, letteralmente il “metallo nudo”, server ridotti all'osso e privi di un sistema operativo strutturato. In pratica, servizi che poggiano sopra altri servizi. Livelli di astrazione crescenti che permettono di trasformare la rete in un sistema operativo e i servizi in app che gestiscono dati contenuti in enormi database non strutturati.

E i servizi vengono scritti con una generazione di nuove tecnologie e linguaggi, tutti rigorosamente open source, come Go (creato da Google), Swift (creato da Apple), Rust (creato da Mozilla) che scalzano C++, Java, Objective-C e decine di altri. Un mondo nuovo, da millennials, che richiede una sintesi profonda: quello che la Greene tenta di incarnare, a partire dall'abito di scena e con qualche trucco nella manica: dall'agenda in pelle sino alla rete in fibra sempre in espansione che fa di Google un interlocutore non solo variopinto ma anche unico per dotazioni tecnologiche integrate.

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