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«No» all’Europa del filo spinato

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«No» all’Europa del filo spinato

Niente muri né filo spinato al Brennero. No, affatto. La barriera alla frontiera tra Austria e Italia è semplice «management di confine»: ci tiene a chiamarla così Heinz Fischer, il presidente austriaco che evidentemente ama lo slalom spericolato tra concetti e parole. Come se il rifugio nell’ipocrisia semantica potesse salvare la faccia di un Paese che già di scheletri nell’armadio della storia ne vanta di eccellenti ma che da settimane non esita a rinnegare spirito e credo europei per arroccarsi nel chiuso della sue beata prosperità. Indivisibile soprattutto, per favore. L’anno scorso, povera Austria, con i suoi 8,5 milioni di abitanti si è già fatta carico di 80mila rifugiati, scambiandoli per un’invasione.

P

erciò quest’anno la soglia non potrà superare i 35mila. Peccato che nel 2015 la Grecia, 11 milioni di persone taglieggiate da povertà, rigore e recessione, ne abbia accolti 900mila.

In Europa si gridò allo scandalo e alla vergogna quando nel settembre scorso Viktor Orban decise di chiudere le frontiere con la Serbia per arrestare la marea umana. In realtà il premier ungherese ha fatto scuola. Da allora i muri sono proliferati ovunque, dentro e fuori dall’area Schengen della fu libera circolazione delle persone. Sono 9 i Paesi che hanno in essere i controlli alle frontiere, comprese Germania e Francia.

Ma la progressiva “orbanizzazione” dell’Europa ha trovato nell’Austria il suo emulo più entusiasta e convinto. Tanto da arrivare a convocare unilateralmente, forse preda di un attacco di nostalgia imperial-asburgica, un vertice con tutti i Paesi della rotta balcanica per decidere di chiuderla sigillando il confine tra Grecia e Macedonia. Mettendo Unione, Grecia e Germania di fronte alla politica del fatto compiuto.

Intendiamoci, non che il guizzo decisionista di Vienna non facesse comodo a molti, a Est come a Ovest. Del resto l’accordo Ue-Turchia per rimandare tutti gli immigrati illegali approdati in Grecia, siriani inclusi, sulle coste turche da dove si sono imbarcati risponde alla stessa logica: buttarli fuori invece di chiudere loro la porta in faccia. Non si sa se l’outsourcing risolverà il problema regolando il flusso dei siriani che saranno accolti in Europa. Per ora gli arrivi sono crollati. La Germania della Merkel respira.

Ma l’Austria non si accontenta: vuole essere più realista del re. E siccome i disperati respinti in Grecia potrebbero ritrovare in massa la via dell’Italia, meglio non rischiare orchestrando subito il blocco preventivo del Brennero. Di sicuro la diffidenza verso il Governo italiano che troppo spesso ha chiuso gli occhi sulla fuga verso nord degli immigrati ha fatto la sua parte. E si potrebbe anche dire a ragione, se i precedenti di Vienna su tutta la vicenda rifugiati non avessero provveduto già a tracciare il profilo di un paese piccolo piccolo, di grettezza, miopia e egoismo disarmanti.

Povera Italia ma soprattutto povera Europa, sempre più in balia di Governi incapaci di guardare al di là degli steccati in cui si rinchiudono, nell’illusione di poter non affrontare gli enormi problemi con cui comunque prima o poi dovranno misurarsi.

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