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Dossier Pochi investimenti per le italiane dell'Iot

    Dossier | N. 221 articoliPiù start-up con il Sole

    Pochi investimenti per le italiane dell'Iot

    Case intelligenti, auto connesse, smart agriculture e smart city: questi i principali ambiti di azione delle startup italiane che operano nell'Internet of Things. Non sono moltissime - l'Osservatorio del Politecnico di Milano ne ha recensite una quarantina - e soprattutto non sanno attrarre nella maggior parte dei casi finanziamenti significativi. Almeno per il momento. L'ordine di grandezza degli investimenti è infatti di poche decine di milioni di euro raccolti nel complesso dalle nuove imprese della Penisola (solo una su sette è stata interessata da operazioni oltre il milione) rispetto ai diversi miliardi di dollari che hanno saputo attrarre (da investitori istituzionali ma non solo) le startup dell'Iot su scala globale, con gli Stati Uniti a fare la parte del leone grazie agli ingenti capitali investiti e alla snellezza della burocrazia che ne agevola lo sviluppo.

    Il trend è comunque chiaro: i finanziamenti alle startup dell'Internet delle cose stanno crescendo sensibilmente – dal 2010 al 2014, lo dicono i dati di CB Insight, sono di fatto raddoppiati passando da 768 milioni di dollari a 1,9 miliardi – e di pari passo aumenta il numero dei deal conclusi ogni anno, che veleggiano intorno a quota 200 (e sono sempre meno catalogabili come operazioni “early stage”). A livello mondiale ci sono startup che hanno saputo fare il classico “botto” ed è il caso, per esempio, della californiana View. I suoi occhiali intelligenti hanno attratto nel terzo trimestre del 2015 un finanziamento di 150 milioni di dollari in un round di serie G, portando complessivamente a mezzo miliardo il capitale raccolto da fondi, venture capital e investitori privati. Simili le storie di altre startup della Silicon Valley e dintorni come Proteus Digital Health, che produce sensori ingeribili in gradi di misurare le risposte fisiologiche del corpo ai farmaci, e Sonos, impegnata nel campo dei sistemi audio domestici collegabili in ogni stanza. Gli ultimi round di serie E e G che le riguardano sono valsi rispettivamente 52 e 130 milioni di dollari.

    Detto che fra gli investitori più attivi nelle startup dell'IoT ci sono le emanazioni finanziarie di due colossi dell'industria dei microchip come Intel e Qualcomm, è anche vero che non mancano gli incidenti di percorso. Il caso di Quirky, nata nel 2009 e fallita nel 2015 dopo aver raccolto negli anni oltre 175 milioni di dollari, ne è l'emblema. Torniamo ora all'Italia, dove l'Iot rappresenta nel complesso un mercato da 2 miliardi di euro, con una crescita del 30% rispetto al 2014 (dati Osservatorio del Politecnico di Milano). Abitazioni residenziali e veicoli connessi sono gli ambiti che registrano il maggiore dinamismo delle startup, e un terzo delle nuove imprese monitorate sono attive in campo smart home. Il problema rimane quello di una raccolta difficile, confermata dal fatto che nel 66% dei casi le startup dell'IoT italiane censite dal Politecnico non sono riuscite a ottenere alcun finanziamento.

    Non è un caso, quindi che alcune nuove imprese abbiano deciso di andare a cercare (e trovare) all'estero. Empatica, che opera dalle sedi di Milano e Boston, è una di queste e ha saputo raccogliere due milioni di dollari negli Stati Uniti. Non mancano, per contro, segnali incoraggianti come i casi di Control e Morpheos (nate entrambe nel 2015 e finanziate rispettivamente con 500mila e 800mila euro) o come Xmetrics e Over Technologies . Le recenti acquisizioni, a firma di Intel e Microsoft, di specialisti dell'Iot a livello industriale come Yogitech e Solair sono infine un'ulteriore testimonianza che l'innovazione “made in Italy” ha un valore.
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