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Dossier L’app economy è in crisi ma ancora non lo sa

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    L’app economy è in crisi ma ancora non lo sa

    È il 10 luglio 2008 quando, con una nuova versione di iTunes, Apple lancia il suo App Store. Android nascerà da lì a breve. Inizia un'epoca. Un'epoca fatta di cambiamenti importanti, con gli smartphone che diventano parte integrante della vita degli uomini e con le App che sconvolgono il modo di pensare i servizi.

    È un mondo dorato, quello delle applicazioni. Un mondo che solo nel corso del 2015, secondo IDC, ha generato introiti per 34,2 miliardi di dollari (esclusi gli incassi derivanti dalle pubblicità interne), con circa 156 miliardi di applicazioni installate.

    Eppure qualcosa sta cambiando. Il boom sembra infrangersi in alcune percentuali che preoccupano gli analisti e gli investitori. Il mercato delle applicazioni è saturo? Sicuramente ci troviamo davanti a una sovraproduzione. Il successo di alcune piattaforme (WhatsApp, Snapchat, Instagram) ha attirato interessi enormi. L'immagine di diventare ricchi grazie a un'App nata quasi per gioco, da un'idea di due amici, ha ingolosito migliaia di sviluppatori. Il risultato è presto detto: abbiamo store zeppi di applicazioni che nessuno scaricherà mai. I numeri dicono che nel mese di maggio di quest'anno, i primi 15 editori di app più importanti al mondo hanno assistito a un crollo medio del 20% dei download, secondo i dati di SensorTower inseriti in una ricerca di Nomura. Il segno negativo è pesante un po' per tutti: da Facebook (-14,9%) a WhatsApp (-7,6%), fino a YouTube (-20,1%) e Twitter (-18,6%). Fra le poche App che reggono l'urto, e addirittura crescono in modo netto, ci sono Snapchat (+109,9%) e Uber (107,6%).

    Sicuramente, per piattaforme come Facebook e WhatsApp (che hanno oltre un miliardo di utenti), mantenere il ritmo di crescita è più difficile. Nonostante ciò, l'App economy sembra veramente aver perso lo smalto di qualche anno fa. E la mossa di Apple, che qualche giorno fa ha comunicato cambiamenti importanti per il suo App Store, non arriva a caso. Da Cupertino vogliono rilanciare con nuovi stimoli per gli sviluppatori. Se basterà è tutto da vedere.

    Oggi, mediamente, su ogni smartphone non si installano più di trenta applicazioni. Un numero infinitamente basso, considerato che sul mercato ce ne sono circa 2 milioni. Inoltre, il 50% del tempo di un utente viene passato su un'unica App, e durante un giorno in media sono cinque quelle utilizzate.

    Daniele Pelleri è il Ceo di AppsBuilder, una startup italiana che ha basato il suo successo proprio alle App. A lui abbiamo chiesto cosa sta succedendo a questo mercato. «È vero, qualcosa non va. Il mercato delle App sta cambiando, si sta evolvendo. Fino a qualche anno fa – dice Pelleri a Nòva - gli App Store premiavano la quantità ignorando la qualità. Ignorando l'esperienza utente, ignorando noi, cioè gli utenti. Dimenticando che l'app è un canale di comunicazione come le email, il sito web o i social networks». Ma comunicazione in che senso? Secondo Pelleri «E' proprio questo il punto: comunicare con i gli utenti, i clienti. In America si parla da anni di Customer Success. La verità è che tutto ruota su questo concetto: fidelizzare e comunicare i propri clienti».

    Secondo il Ceo di AppBuilder, nonostante i numeri, le App sono un «valore aggiunto rispetto ai canali tradizionali». Perché le App «ti conosco, perché una App è tua, perché l'App sa quando, dove e per che cosa disturbarti. Del resto, si parla sempre di più della futura morte di internet a fronte della nascita del personal internet. I clienti – conclude Pelleri - sono sempre sul mobile, e le aziende devono esserlo per offrire il mio internet, che mi conosce e sa che cosa voglio: ma questo si fa con una App».

    La nuova linfa può arrivare dai Bot, piccoli software che rendono le App intelligenti e pronte a rispondere alle nostre domande. Ma questa, per adesso, è un'altra storia.

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