Tecnologia

L’eterno ritorno dei motori europei anti-Google

ricerche alternative

L’eterno ritorno dei motori europei anti-Google

Nel web non ci sono solo Bing e Google. Nonostante siano i più conosciuti (7,1% del mercato il primo, 80,4% il secondo) del mondo, Internet in realtà è piena di motori di ricerca e ne nascono di nuovi continuamente. La sfida spesso non è di battere Google nelle ricerche di ogni giorno, una sfida praticamente impossibile, ma si specializzarsi offrendo servizi alternativi come la difesa della privacy, una certa attenzione per una determinata lingua, l'accesso ad archivi storici che altri non hanno. A far rumore negli ultimi giorni è stato Qwant, la risposta francese alla ricerca.

Nato nel 2011, due anni dopo è andato online e nel 2015 ha ottenuto 25 milioni di euro dalla Banca Europea di investimento (BEI), i cui azionisti sono gli stati membri dell'Unione Europea. Pochi giorni fa poi ha ricevuto altri 18,5 milioni di euro, di cui 3,5 milioni vengono dal gruppo Axel Springer e i restanti 15 milioni dall'ingresso nel capitale azionario della Caisse des Dépôts francese. Come si vede tra i nomi non sono presenti gruppi hi-tech ma enti statali e sovranazionali e l'editore tedesco di Die Welt e Bild. Basta questo a dare la cifra della partita in gioco.

Da Google un filtro contro insulti online

L'Europa, con la Francia in testa, sta cercando un'alternativa agli americani acchiappatutto. Il motivo non è solo economico. Un motore di ricerca è un'intelligenza artificiale che si ciba di dati, dei nostri dati. Più persone cercano cose e più l'intelligenza impara secondo i classifica meccanismi del machine learning che contraddistingue anche i robot. Google è il primo al mondo perché tutti lo usano e finché tutti lo useranno continuerà a essere primo. Quando facciamo una ricerca, il motore traccia che abbiamo cliccato il primo link, sa che poi siamo passati al secondo link della lista e lì ci siamo soffermati. Sa, quindi, che il secondo risultato è più pertinente del primo e quando qualcun altro farà la stessa ricerca gli offrirà il secondo link sopra agli altri. Ed è proprio questa catena che i nuovi motori vogliono spezzare, puntando, come dicevamo, a offrire servizi alternativi. Qwant quindi mette l'accento sulla privacy, promettendo di offrire risultati imparziali senza tracciare gli utenti. La sua architettura anti cookie poi è stata approvata dalla Cnil, l'Autorità francese di controllo della protezione dei dati personali. La commistione pubblico-privato è evidente.

Punta alla privacy anche lo statunitense Duck Duck Go, una delle alternative più interessanti allo strapotere di Google. Oltre a non tracciare gli utenti, miscela contenuti di altri motori di ricerca con quelli provenienti da siti di crowdsourcing come Wikipedia. A quanto pare sta crescendo: la sua quota è sempre uno zero virgola ma, pochi giorni fa, ha raggiunto le sue prime dieci milioni di ricerche. Certo, ci ha messo sette anni contro i 3,5 miliardi che Google totalizza in un giorno solo ma, come detto, contro Big G anche le briciole pesano dei chili.

“Abbiamo una trattativa in corso con dei venture capitalist”

Abramo Volpi, responsabile rapporti con gli investitori di Istella 

La ricerca di una nuova ricetta che offra una valida alternativa ha contagiato anche l'Italia con Istella. Motore nato nel 2013 in seno a Tiscali che potrebbe presentare soprese per il futuro. «Abbiamo una trattativa in corso con dei venture capitalist», afferma al Sole 24 Ore il responsabile dei rapporti con gli investitori, Abramo Volpi. Anche se la cosa «non è completamente chiusa e definita», sembra in pentola bolla qualcosa di importante. Dalla sua Istella punta prima al local, presentandosi come «il motore di ricerca più completo e accurato della cultura italiana». Ha stretto infatti accordi con istituzioni del calibro di Enciclopedia Treccani, ministero dei Beni Culturali e Guida Monaci per offrire informazioni che Google non ha.

I motori di ricerca si basano su crawler, degli algoritmi che scansionano le pagine web, ne inglobano le informazioni e le rielaborano per pioi riproporle a chi cerca qualcosa. Ciò che non è sul web è per loro invisibile e Istella punta a questo. Quegli archivi sono inaccessibili ed ecco che se si vuole fare una ricerca approfondita sulla cultura italiana si deve andare lì. Questa capacità di elaborare un'enorme mole di informazioni e creare delle classificazioni in funzione della loro rilevanza si rivela strategico anche per i big data, il business del momento.

Dal lato B2b quindi, Istella punta a offrire alle aziende la sua enorme capacità di fuoco (350 server che hanno processato quasi 10 miliardi di pagine e ne incamerano 150 milioni al giorno) per processare volumi di informazioni e dargli un senso. Dagli archivi aziendali alla finanza passando per modelli predittivi, l'idea è di mettere a disposizione un'infrastruttura che propio perché italiana consente di gestire meglio i contenuti nella nostra lingua.

A livello europeo poi si spera che le realtà continentali come Qwant, Istella e Seznam, il motore ceco che fa il 10 per cento in patria, si uniscano per produrre un vero anti-Google. Al momento sembra una chimera ma gli investimenti in arrivo promettono bene.

© Riproduzione riservata