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«Il corporate venture capital? È pronto per partire in…

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«Il corporate venture capital? È pronto per partire in Italia»

La ricerca e sviluppo, quando gestita all'interno dell'azienda, è spesso uno strumento inadeguato per dare vita a investimenti “esplorativi”. Un approccio efficace per l'innovazione richiede invece una visione olistica. Aperta. Che punta sullo sviluppo accelerato e flessibile di nuove tecnologie. Da qui l'abitudine, sempre più marcata e strutturata in seno alle grandi imprese, di ricorrere a una vasta gamma di strumenti, dagli hackathon alle attività di venture capital, per generare idee, modelli e, in ultimo, nuovi servizi e prodotti da lanciare sul mercato. Il matrimonio fra imprese e startup, nel segno dell'open innovation, è possibile se la complementarietà delle competenze diventa un asset, se la creatività delle prime diventa sinergica alle capacità di scalare (ingegnerizzazione, produzione, vendita e marketing) delle seconde.
Vincere questa sfida è complesso perché complesso è lo scenario dell'innovazione. Le difficoltà dei singoli governi di finanziare progetti legati alle nuove tecnologie sono trasversali: non c'è Paese, dagli Usa all'Ungheria passando naturalmente per l'Italia, che non abbia ridotto l'incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul totale della spesa pubblica nell'arco temporale compreso fra gli anni 2000 e 2015. C'è stato quindi uno spostamento dall'approccio di investimento diretto (con budget dedicati) verso un approccio indiretto (fatto di incentivi fiscali per la spesa in R&D) per supportare le aziende e loro strategie di innovazione. Quali sono dunque le opzioni migliori per una grande corporation di intercettare sul mercato opportunità di innovazione? E quali sono le criticità e i fattori di successo? Ne parliamo con Alberto Calvo di Value Partners, uno degli autori dello studio “The rise of Corporate Venture Capital (beyond Software & Tech)”, che il Sole24ore ha avuto modo di leggere in esclusiva.
Perché il corporate venture capital sta crescendo? Colpa dei team di R&D interni alle aziende, spesso non adeguati per esplorare di nuovi investimenti?
La risposta è duplice, perché vi sono due ragioni, di carattere strutturale e culturale. La prima: il mondo fuori va oggi più rapidamente e velocemente di quanto le aziende sanno e possono fare internamente. Questo è un driver fortissimo: si guarda all'esterno, si cercano nuovi semi di innovazione. La seconda: le grandi aziende sono prosperate grazie a culture molto forti, a grandi capacità di innovazione marginale. Ma guardano un po' troppo all'interno, intravedendo prospettive di ciò che già dominano. E avendo dimostrato di poter avere successo con i loro modelli, proseguono su quelli. Si tratta di un limite strutturale che va superato.
Come? Con progetti di open innovation?
Le grandi multinazionali, sempre di più, stanno interiorizzando che il modello di sviluppo più efficace è quello misto, che permette di affiancare l'attività di R&D interna a soggetti esterni. E il punto è proprio questo: in che modo realizzarlo, in che misura e con quali strumenti?
Il corporate venture è una soluzione?
È sicuramente un fenomeno eclatante pur essendo lontano dalla tradizionale cultura aziendale. Guarda a lungo periodo e si affianca al ruolo dei venture capital istituzionali. Nasce negli Stati Uniti in ambito tecnologico, grazie a compagnie come Intel e Ibm, con l'obiettivo di portare velocemente a maturazione soluzioni da inserire nella roadmap. Gradualmente si è esteso ad altri settori, a cominciare dall'automotive, con aziende come Bmw, Mercedes, Tesla, Ford o Jaguar Land Rover, che ha lanciato di recente un programma di incubazione per le startup, per arrivare al consumer goods.
Perché questo modello può essere vincente?
Perchè coniuga l'indipendenza della startup con le capacità di supporto operativo e di relazioni di un grande soggetto corporate, che a sua volta può avere assicurato un ritorno dell'investimento in quanto contiguo al proprio business. Parliamo di un fenomeno non più marginale e i dati lo confermano.
Le grandi aziende sono pronte?
Devono attrezzarsi, partendo da competenze e meccanismi di governance e di equity adeguati. Devono cioè portare a bordo persone che abbiano esperienza diretta in investimenti in capitale di rischio e risorse capaci di gestirne poi integrazione.
L'Italia può essere un terreno fertile per il corporate venture capital?
Siamo in un momento maturo per farlo partire anche nel nostro Paese. L'esempio più significativo è quello di Enel, che lavora da anni su un programma di venture con un approccio e un modello corretto, tendente ad abbracciare competenze realmente innovative. Ci sono però altre aziende che si stanno muovendo, per esempio grandi gruppi del settore tessile, del siderurgico e della moda.
“Il corporate venture capital? È pronto per partire in Italia” ?
È certo che la grande industria italiana può trovare nelle startup energia e visione per disegnare il proprio futuro. Ma non è un mestiere per tutti. Chi oggi avvia una startup tecnologica ha due opzioni: o i venture capital tradizionali, che generalmente mettono a disposizione capitali ma poche competenze specifiche di settore, o un partner in grado di assicurare una “guidance” adeguata sul percorso di crescita e dotate delle competenze industriali necessarie.
Le curve di crescita del fenomeno quanto potranno crescere?
Se guardiamo al totale del numero di operazioni gestite dai venture capital, la quota intercettata dal corporate venture è cresciuta di quattro punti percentuali negli ultimi sei anni, arrivando al 15% del totale. Se questo numero salisse al 25% nei prossimi cinque anni, grazie agli investimenti di aziende come Lego, Unilever, Bosch e speriamo di grandi aziende italiane, parleremmo di un fenomeno gigantesco. E sarebbe un cambiamento epocale per il mondo corporate.

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