Tecnologia

Chrome AdBlocker: chi ci guadagna, chi ci perde

L'Analisi|internet

Chrome AdBlocker: chi ci guadagna, chi ci perde

Tutto iniziò circa a metà degli Anni 90, quando iniziarono a comparire i primi semplici banner pubblicitari (molti nel formato tipico di 728x90 punti) sul World Wide Web. Quindi arrivò l’espansione, all’inizio quasi timida, poi sempre più dirompente. Fino a raggiungere un valore stimato per il 2016 di 260,4 miliardi di dollari (fonte PwC), con un tasso di crescita annuo a due cifre: eccezione rispetto agli altri settori del mercato pubblicitario. Il mercato della pubblicità online sembra non conoscere sosta, eppure per chi utilizza il web spesso la presenza di pubblicità fastidiose è diventato un problema. E così, gli ultimi dati dicono che circa l’11% degli utenti Internet (desktop + mobile, dati mondiali) utilizzano un qualche adblocker. Percentuale destinata sicuramente a schizzare bruscamente verso l’alto se l’adblocker di Google verrà effettivamente realizzato.

Come spesso succede in questi casi, si assiste a una gara fra chi realizza formati sempre più “creativi” (e sovente impattanti) e le società che attualmente realizzano adblocker, che vengono aggiornati di conseguenza. Società che a loro volta devono fare fatturato, e spesso lo fanno in maniera non del tutto trasparente. Lo sottolinea anche, sul Wsj, Jason Kint, Ceo di Digital Content Next, società che si occupa del rapporto fra i fornitori di media e i loro utenti, e che vede tra i propri partners Bbc, New York Times, Al Jazeera e molti altri: «Il mondo dell’adblocking è piuttosto selvaggio: spesso amici e nemici si confondono e gli interessi non sono sempre trasparenti», ricorda. Ma cosa succederà sei il browser più diffuso a livello mondiale sarà dotato di una tecnologia di adblocking nativa?

Ovviamente, le societàche realizzano già questo genere di prodotti ci rimetteranno parecchio, potendo contare presumibilmente solo sugli utenti che non usano Chrome. Ma questo è normale, «è la tecnologia, baby», si potrebbe dire: quando un colosso entra in un settore dove i cambiamenti sono all’ordine del giorno, genera scompiglio e spesso fa delle vittime. Rischiano di perderci anche tutte quelle società che realizzano o commercializzano soltanto pubblicità non gradite agli utenti, se non sapranno crescere ed evolversi verso prodotti meno fastidiosi.

È più complesso però capire quali saranno le conseguenze per i media online, soprattutto quelli di qualità ma di piccole dimensioni che, pur offrendo contenuti validi su mercati verticali, si avvantaggiano attualmente di ricavi provenienti da advertising particolarmente impattanti che verranno sempre meno visualizzati. Così come quelle media company più grandi che però usufruiscono ancora di un mercato, quello dell’advertising online, dove regole, deontologie e scappatoie spesso si rincorrono senza che si sappia bene chi taglia per primo il traguardo. I “piccoli” soffriranno e dovranno trovare a breve nuovi strumenti per realizzare fatturato; i grandi si dovranno attrezzare per rispettare le nuove regole che certamente la diffusione di un adblocker targato Google scriverà, e magari svoltare più velocemente verso un’offerta a pagamento per i propri contenuti di qualità.

Sicuramente saprà guadagnarci Alphabet/Google: anche se il fatturato del colosso web di Mountain View deriva in gran parte dalla pubblicità in ogni sua forma diffusa su Internet, da quella veicolata sui siti propri come YouTube al sistema “diffuso” AdSense, certamente saprà regolare al meglio il proprio prodotto, in modo da non smenarci. Non ci sono dubbi: la potenza tecnologica e la capacità di creare un immenso sistema sono nel dna di Google.

L’utente finale, infine, non può che guadagnarci: spesso una connessione anche veloce viene penalizzata molto da popup, banner e preroll, tanto che i tempi di navigazione si allungano e si ha la sensazione di non avere il pieno “controllo” del sito dove si sta navigando. Una sensazione che, spesso, porta a non utilizzare più media che altrimenti sarebbero consultati con una certa frequenza. E chissà se chi i media li realizza ha mai quantificato quanto costano in termini economici gli utenti che scappano via.

© Riproduzione riservata