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Terrorismo, fake news, contenuti controversi. Le otto hard questions di Facebook ai suoi utenti

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Minacce terroristiche, fake news, rispetto per le opinioni altrui e temi controversi. Facebook prende di petto le nuove problematiche emerse di recente nella comunicazione social e sottopone ai propri utenti otto punti di discussione su cui confrontarsi, inviando opinioni e segnalazioni al suo indirizzo di posta elettronica. «Stiamo provando qualcosa di nuovo - dice Elliot Schrage, Vice President for Public Policy and Communications, nel suo messaggio pubblicato ieri sera sulla newsroom del social media fondato da Mark Zuckerberg - vogliamo approfondire la discussione sulle sfide presentate dalle nuove tecnologie e spiegare meglio come affrontarle».

Otto temi che hanno visto Facebook più volte sul banco degli accusati, anche di recente, vista la forza amplificatrice del social network: dalla rimozione di post con parole e immagini controverse alle minacce terroristiche , dalle fake news al destino dei dati dopo la morte degli iscritti. Passando per le grandi domande che la pervasività di Facebook in quasi un terzo della popolazione mondiale ha riproposto con grande urgenza, come: «I social media fanno bene alla democrazia?». Tema esploso in concomitanza dell’elezione di Donal Trump alla Casa Bianca, con il concorso forse decisivo di notizie costruite ad arte contro Hillary Clinton da soggetti non troppo lontani dall’entourage del miliardario presidente.

L’invito agli utenti a partecipare alla discussione è in linea con la natura social della condivisione delle idee; cui però non potrà mancare la sintesi, il tirar le fila della discussione, insieme agli esperti di comunicazione con cui il social si interfaccia continuamente.

Facebook intende diventare un player politico, come alcuni osservatori paventano? Di fatto lo è già. Ma il punto vero è che in questo modo si propone come agenzia educational in materia di condivisione dei contenuti, analogamente a quanto accade in altri ambiti in cui i maggiori player di un settore si propongono come agenti educativi in sanità e finanza, ad esempio. Un agente che si propone come attivo nella definizione delle best practices e delle regole da far osservare agli utenti, dopo averne sentito il parere. «Prendiamo seriamente la nostra responsabilità per il nostro impatto e l'influenza - aggiunge Elliot Schrage -. Stiamo iniziando un nuovo sforzo per parlare più apertamente su alcuni argomenti complessi. Speriamo che questo sarà un luogo non solo per spiegare alcune delle nostre scelte, ma anche esplorare domande difficili».

Eccole, le domande sottoposte da Facebook agli utenti:

1. Come impedire ai terroristi di fare propaganda online?
2. Quando una persona muore, cosa dovrebbe accadere alla sua identità online?
3. Con quanta sollecitudine i social media dovrebbero rimuovere contenuti e immagini controverse dalle proprie piattaforme?
4. Chi decide cosa è controverso in una comunità globale e multiculturale?
5. Chi deve definire cosa sia una notizia falsa e cosa sia un discorso politico controverso?
6. I social media fanno bene alla democrazia?
7. Come possiamo usare i dati per portare benefici a tutti senza mettere a rischio la fiducia delle persone?
8. Come bisognerebbe insegnare ai giovani utenti di internet quali sono i modi migliori per esprimersi in un ambiente protetto?

Domande difficili, come esplicitato nel titolo del post di Schrage («Hard questions»), che possono far paura ma che non vanno evitate. Anche perché la potenza culturale di Facebook nel mondo è cresciuta e tende a crescere molto più velocemente e pervasivamente di quanto le normative riescano a regolare, o i dibattiti degli esperti riescano a focalizzare.

Ma per Zuckerberg ora il punto è proprio questo: costruito il social media, verrebbe da dire, occorre ora costruirne gli utenti, educarne i comportamenti evitandone gli eccessi per costruire un ecosistema informatico sano e sicuro per gli utenti. Anche in relazione alla materia più delicata, che sempre più spesso viene citata di recente dai comunicati di Facebook: la politica. E al modo di raccontarla, ossia il giornalismo. Politica, informazione e social sono il combinato potenzialmente esplosivo che Facebook ha deciso di gestire, prima che esploda ulteriormente. Con particolare riferimento all’informazione che con le sue regole verticali si incastra spesso a fatica con la diffusione orizzontale della comunicazione social. E che di conseguenza impone lettori, pardon, utenti più preparati e avvertiti, in grado di andare oltre il “mi piace” e la condivisione, per esserne fruitori consapevoli.

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