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Almeno 80 aziende ci tracciano su internet. Con la nuova legge…

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Almeno 80 aziende ci tracciano su internet. Con la nuova legge penalizzati i piccoli editori

Che ogni singolo click su Internet sia tracciato a scopi pubblicitari non è una novità. Ed è argomento dibattuto da sempre. Il terreno di scontro è quello della gestione dei dati e della tutela della privacy. Un posto minato, insomma.

Una delle prime cose da chiedersi, quando ci si scontra su questo argomento, è relativa alla quantità di informazioni che vengono raccolte. Trovare una risposta risolutiva non è semplice, ma in rete esistono servizi come youronlinechoices.com in grado di stabilire, per ogni indirizzo Ip, quanto sia profondo il tracciamento dell'utente da parte delle società che si occupano di pubblicità comportamentale (cioè di tecniche capaci di incrementare l'efficacia di una campagna pubblicitaria).

Mediamente sono almeno ottanta le aziende che, grazie al comportamento online di un utente, riescono ad agganciare il suo indirizzo Ip e a seguirne i passi, scoprendone affinità e abitudini. La profilazione è alla base dell’advertising online. E vale sempre la pena chiedersi se una pubblicità non profilata, dovuta a un’eccessiva protezione dei dati, possa essere veramente la scelta migliore.

Intanto, però, il nuovo regolamento europeo è dietro l’angolo, e le domande da porsi sono ancora tante. Il Gdpr (che sta per General Data Protection Regulation) entrerà in vigore ufficialmente il 25 maggio del 2018, dopo due anni concessi dal garante europeo per adeguarsi al nuovo quadro. Quello che si prospetta è un autentico terremoto normativo, con conseguenze sanzionatorie che incutono timore. Le aziende o le pubbliche amministrazioni in difetto potranno incorrere in multe fino a 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato annuo. Ma cosa cambia veramente con il Gdpr, e chi ne paga maggiormente le conseguenze? Lo abbiamo chiesto a Marta Valsecchi, degli Osservatori School of Management del Politecnico di Milano. «Tra gli aspetti impattati – ha detto a Nòva la Valsecchi - vi è la modalità di raccolta dell'accettazione, da parte degli utenti, dei cookie e, in generale, dei sistemi di tracciamento dei propri comportamenti a fini di profilazione e advertising. In particolare, si richiede che sia molto più chiara, trasparente e dettagliata l’illustrazione dei dati raccolti e delle relativa finalità. Inoltre l'utente potrà compiere una scelta unica, accettando o rifiutando in blocco l’installazione dei cookie tramite un settaggio preliminare del browser». Ed è soprattutto quest'ultima indicazione a far tremare le società del settore e a porre molti interrogativi sulla sostenibilità futura delle aziende che basano i propri ricavi sull'advertising. «Se ovviamente la tutela del consumatore è un dovere delle istituzioni, - ha aggiunto Valsecchi - occorre anche lavorare in maniera mirata nella comprensione delle dinamiche del mercato pubblicitario per definire regole coerenti per uno sviluppo sano del mercato. L'advertising basato sui dati porta, potenzialmente, benefici a tutti gli stakeholder: in primis proprio al consumatore perché il mancato consenso al tracciamento a fini di profilazione non ridurrebbe la pressione pubblicitaria, ma escluderebbe la possibilità di ricevere comunicazioni mirate sul proprio profilo e interessi».

Ma cosa succederà ad aziende come Google, Facebook ed Amazon? In questo caso, secondo la Valsecchi, cambierà ben poco. Mentre saranno i piccoli editori ad avere la peggio: «Le nuove disposizioni – ha affermato la ricercatrice milanese - impattano tutti gli attori del mercato, compresi i grandi over the top, ma le conseguenze peggiori ricadranno proprio agli editori locali. I big player, infatti, beneficiano, diversamente dalla gran parte degli altri “editori”, di grandi moli di dati di prima parte (utenti profilati) e conseguentemente, continueranno ad avere un asset in più nei confronti degli investitori pubblicitari. Inoltre, questi attori hanno un “potere negoziale” più forte di tutte le altre “terze parti” (spesso sconosciute ai consumatori) nel cercare di ottenere il consenso dagli utenti in cambio di una migliore user experience dei propri servizi. Il rischio, dunque, è che il monopolio di questi player (che già oggi detengono oltre due terzi della raccolta pubblicitaria online in Italia) si rafforzi».

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