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Genitori, social network e aggressività: la seduzione del controllo

Psicologia

Genitori, social network e aggressività: la seduzione del controllo

Anna Salvo si definisce una psicanalista d’altri tempi. Dice di rimpiangere l’educazione ottocentesca, di non frequentare Facebook (e di vivere benissimo) e di rileggere ancora con piacere le lettere del papà di Enrico nel libro Cuore di De Amicis. Siamo da quelle parti, lontani anni luce da social network, telefonini, videogame e interattività e tutte quelle dinamiche che agitano la mente di chi vi scrive. Su un punto però il giornalista tecnologico e la docente di Psicologia dinamica sono d’accordo: i genitori devono imparare a non esercitare in modo ossessivo il controllo sui propri figli. «Credo ci sia un vistoso fraintendimento riguardo all'idea del tempo - commenta l’autrice (insieme a Tiziana Iaquinti) del libro “Generazione TVB, gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso, Il Mulino) - I genitori i hanno una rappresentazione di loro stessi e dei loro figli come se fossero un gruppo di 25enni. Cosa che non è. Ed è qui che nascono i problemi».

Parliamo di quella generazione di papà e di mamma tra i 45 e i 55 anni, che hanno bimbi tra i 12 e i 13 anni e si ritrovano a dovere inseguire su terreni scivolosi e (a volte) inesplorati legati alle nuove modalità di comunicazione e intrattenimento digitale.

«Alcuni adulti non resistono alla tentazione di volere essere a tutti i costi interlocutori alla pari. Quando alla pari il genitore non è. Si toglie in qualche modo l’avversario».

I social e il telefonino diventano poi la tentazione definitiva. La richiesta di amicizia obbligatoria su Facebook, il controllo del canale Whatsapp che i figli hanno aperto magari con i compagni di classe, l’accesso a tutti i nuovi luoghi di condivisione online del figlio anche quando non sono oggetto di negoziazione ma avvengono spontaneamente, sono tutte operazioni che in qualche modo alterano l’equilibrio della relazione.

«Sarò all’antica ma ciascuno di noi ha bisogno di uno spazio segreto mentale e psichico - osserva la psicanalista che domenica 3 settembre sarà al Festival della Mente di Sarzana all'incontro dal titolo “Adolescenti presi nella Rete” proprio per parlare di questi temi.

«Gli adolescenti non chiedono di essere capiti sempre e comunque dai propri genitori. Questo rapporto di continua presenza e continua interlocuzione con il figlio è di marca infantile. È la nostalgia del ricordo del bambino che racconta tutto al genitore. Capisco che possa essere difficile ma i genitori devono imparare a elaborare il lutto, fidarsi e lasciare andare».

E poi c’è anche l’adolescente. Che per questioni di età si adatta meglio ai nuovi media, elabora un proprio linguaggio e mette in atto proprie difese. Anche nei confronti dei propri genitori, magari esprimendo online comportamenti e sensibilità diversi da quelle reali. «Effettivamente - riflette - l’io è un gran giocoliere. È un attore comico che nasconde verità e che potrebbe elaborare strategie di difesa nei confronti delle figure genitoriali di appassionati condivisori».

Una domanda direttamente connessa è proprio quella legata all’aggressività in rete. L’hate speech, l’incitamento all’odio sul web e sui social network declinato in chiave adolescenziale è ormai oggetto di studio, anche all’Università. L’osservazione empirica delle discussioni in rete gode di una letteratura amplissima. Spesso online dire no significa dire io. L’urgenza di presenza e di riconoscibilità pubblica spinge a cercare forme di comunicazione estreme nelle forme e nei contenuti. Tuttavia, si sa ancora poco su dove finisca realmente l’aggressività non solo in rete ma dentro di noi. «È una domanda a cui sto lavorando. Viviamo in dimensioni pacificate che spesso ci spingono a cercare valvole di sfogo inedite». I social possono essere un pezzo di questa dinamica o forse lo strumento per effettuare una nuova forma di analisi.

Articolo pubblicato su Nova24 del 24 luglio 2017

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