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La ripresa reale e i rischi della politica

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La ripresa reale e i rischi della politica

  • –Alberto Orioli

È una ripresa a forte trazione industriale. E comincia a ad essere pervasiva e persistente, per usare il linguaggio di Mario Draghi a proposito del rilancio europeo. E riguarda un po’ tutti i settori manifatturieri. A dimostrazione che, quando i programmi della politica economica interessano la generalità dei fattori produttivi e non singoli settori o nicchie di interessi , gli effetti di sistema si vedono. È il caso del già pluricelebrato (a ragione) Piano di Industria 4.0 che ha messo a segno il più importante programma di ammodernamento tecnologico dell’industria italiana: proprio in questi mesi sta dando frutti finalmente visibili anche nelle statistiche sul Pil.

L’Italia è uscita dallo “zerovirgola” anche se non marcia ancora come gli altri Grandi dell’Europa. La produzione industriale fa ben sperare e anche la ripresa fisiologica delle importazioni fotografa di nuovo l’Italia come paese trasformatore impegnato a riprendersi il suo ruolo nella divisione internazionale del lavoro. L’export continua ad essere un punto di forza: ha salvato l’Italia da codice rosso e ora si può permettere di migliorare i margini sui prezzi addirittura diminuendo i volumi. Segno che si è voltato pagina e fatto un salto di competitività.

L’industria ha le spalle più larghe e il boom del turismo di questa nuova “estate italiana” sembra far pensare che anche i servizi potranno riservarci sorprese nei dati dei prossimi mesi (sommerso permettendo).

Sarebbe un delitto se l’asimmetria dei tempi della politica bloccasse l’ulteriore dispiegarsi di questi risultati.

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Gli obblighi retorici di una lunga campagna elettorale (la competition interna per l’accaparramento dei risultati, da una parte, e la narrazione distruttiva a bruciare ogni buona notizia sempre e comunque, dall’altra) potrebbero rivelarsi esiziali per ciò che serve davvero a irrobustire la crescita.

Dice bene il ministro Pier Carlo Padoan di concentrare le risorse su pochi punti, soprattutto legati al lavoro per i giovani. È quanto ha chiesto più volte il Sole 24 Ore.

Il programma di decontribuzione e di taglio del cuneo fiscale per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro è sicuramente la priorità e ora potrebbe anche fare conto su un ulteriore “tesoretto” non preventivato. Porterà occupazione e libererà risorse per remunerare la produttività (e per farla crescere), altro grande obiettivo di sistema ancora lontano dall’essere raggiunto.

Tuttavia l’Italia della ripartenza può risultare più credibile che non in altre stagioni nell’impostare un lavoro di medio periodo sugli investimenti che prescinda dai colori delle maggioranze di governo e spinga ancora di più la «politica del denominatore», quella che sfrutta proprio la crescita del Pil per bruciare il famigerato rapporto debito/Pil.

Il Prodotto interno reale sta ormai marciando verso il suo obiettivo considerato potenziale. E questo, per paradosso, rispetto all’Europa rischia di rivelarsi un boomerang perché riduce i margini di manovra faticosamente negoziati con Bruxelles proprio in nome dello scostamento tra Pil reale e Pil potenziale. Per questo Padoan fa riferimento al «sentiero stretto» tra tenuta dei conti e crescita e non manca di ricordare la centralità degli investimenti per i quali deve ammettere però che «c’è ancora molto da fare».

In una economia avanzata e in tempi di ordinaria globalizzazione è difficile, in ogni caso, immaginare performance di crescita che possano sfondare di molto i 2,5-3 punti percentuali, e per l’Italia sarebbe certo un risultato stellare, in linea, ad esempio, con Spagna e Olanda, allo stato i migliori Paesi d’Europa.

Per raggiungerlo (e magari per superarlo) si dovrebbero mettere in campo robusti piani di investimento pubblico-privati come se si dovesse affrontare la ricostruzione post bellica del Paese. Gli investimenti privati, in realtà, sono ripartiti grazie anche a un contesto fiscale più favorevole, manca ancora l’impatto di quelli pubblici nonostante esistano stanziamenti rilevanti che faticano a tradursi in progetti e opere (in questo campo la partita della semplificazione è ancora tutta da giocare, altro tema da legislatura).

Del resto la Grande Crisi è stata peggio di una guerra. Se questa nuova Italia 4.0 programmasse piani di investimento per la valorizzazione e la conservazione di un territorio devastato dalla natura e da insipienze e incurie antiche (non è stata forse, questa, anche l’estate del Paese senza acqua e delle condotte idriche colabrodo?), o se puntasse sul rilancio delle infrastrutture, sia tradizionali, sia di ultima generazione (come la rete della banda ultralarga), sarebbe solo un Paese che ha capito la lezione e guarda al futuro. E creerebbe le condizioni che sono, tra l’altro, la base portante di qualunque altra iniziativa per una ulteriore crescita. Se non c’è connessione non c’è ricerca, non c’è intelligenza artificiale, non ci sono big data, non funziona – solo per citare un caso – la logistica, che invece vede l’Italia come piattaforma ideale in Europa. E già immaginare che siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa ha ancora i tratti del miracolo.

Non è ingenuo pensare che la politica delle fazioni impegnate a gestire una campagna elettorale così starata rispetto ai risultati del Paese reale, possa trovare un comune denominatore nel predisporre un’azione di sistema per rilanciare gli investimenti e porre il tema con voce unica in Europa.

L’Italia che rialza la testa dopo aver lasciato sul campo un quinto della sua capacità produttiva e un milione di posti di lavoro è più credibile se chiede lo scorporo degli investimenti dai criteri di computo del deficit valevole per le “pagelle” europee o se ripropone un piano di eurobond da legare al finanziamento delle grande opere infrastrutturali continentali. Non è cosa di corto respiro. E ne ha bisogno anche l’Europa. Serve lo sguardo lungo che questa Italia impegnata a riscattarsi merita. Oggi più che mai.

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