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Le app in streaming complicano il nuovo «Game of phones»: chi…

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Le app in streaming complicano il nuovo «Game of phones»: chi siederà sul trono degli smartphone?

Con la nuova versione di Android arriveranno gli “Streaming Updates” ovvero aggiornamenti che non necessiteranno più di spazio sul dispositivo per essere installati. Sembra una cosa piccola ma non lo è. Se venisse applicato a Google Play e adottato dai produttori di telefonini consentirebbe la nascita di una nuova generazione di app (e di servizi) in grado di vivere e aggiornarsi online, come pagine web che si possono consultare in tempo reale, ma offrono le stesse funzionalità di app vere. Google le ha chiamate Instant app: funzionano in modo molto simile agli Instant Articles di Facebook o alle pagine AMP (Accelerated Mobile Pages) e delineano un web della app più leggero e accessibile anche in Paesi con scarsa connessione.

Nonostante il lancio a inizio anno e il supporto su Android Oreo queste app non sono state adottate in massa, anzi. Il motivo? Sono pezzi di stategia di una partita più grande che possiamo ribatezzare in onore del Trono di Spade, Game of Phones. Giocando con la serie tv potremmo dire che per i broadcaster tradizionali l'Inverno è arrivato. Gli “Estranei” sono alle porte del vecchio mondo del cavo e dell'etere e si chiamano Facebook, Spotify, Netflix, Amazon (e forse Apple). Una nuova generazione di show televisivi costruiti per smarphone, tablet e schermo connessi a internet. Come previsto e annunciato da tempo l’Inverno cioè la rete è diventata la principale piattaforma di distribuzione di contenuti non solo video.

Nell'ultimo mese la tempesta ha acceleratola. La neve è inizata a cadere copiosa. Si parte dalla musica che è stata da sempre il settore laboratorio dei grandi cambiamenti negli ecosistema di produzione e distribuzione. Primo servizio di distribuzione di musica in streaming con140 milioni di utenti di cui 50 milioni abbonati ha appena stretto un accordo con Warner Music l'ultima grande casa discografica che ha saputo resistito al suo richiamo. Per la compagnia scandinava di streaming fondata e guidata da Daniel Ek ora si potrebbero aprire le porte di Wall Street e quindi l’accesso a nuove risorse per potenziare traffico e contenuti. Il modello (in piccolo) è quello di Netflix che possiede a vent'anni dalla sua fondazione un catalogo di film, documentari, serie tv che raccoglie più di 125 milioni di ore di streaming in 27 lingue. C'è anche il thai, il romeno e l'ebraico. Le regole di questa tecnologia per essere sostenibile è quella di acquisire rapidamente spettatori, ascoltatori, utenti, insomma abbonati. A fine 2016 gli iscritti a Neflix erano 93,7 milioni e un rendimento dei titoli in Borsa in salita dal 2014. Per farci una idea della velocità di acquisizione di utenti basti sapere che attualmente gli unici territori del globo terrestre che restano fuori dall'offerta di Netflix sono Crimea, Nord Corea e Siria. A frenare l’avanzata nei conti solo i costi dei contenuti e della tecnologia.

Ma quanto costa lo streaming? Il peso di un film trasmesso in diretta in Gb, su tablet o smartphone e in qualità accettabile, non supera i 700 Mb. Su Netflix si consumano fino a 3 GB all'ora per i contenuti in HD e fino a 7 GB per quelli in Ultra HD. Per la musica è diverso. Se ipotizziamo un consumo di 70 minuti giornalieri a una velocità di 160 Kilobits, il traffico generato per utenti è di 84 Mb. Moltiplichiamo tutto per il numero di utenti e per una media di consumo giornaliera e ci rendiamo conto di volumi occupati dallo streaming e del perché nel dibattito sulla neutralità della rete la loro parola conterà più delle altre. Il traffico globale video su piattaforma Ip (mobile e fisso) secondo Ciscooccupa metà del “tubo” di internet.

Se Netflix e Spotify sono estranei veri, soggetti nuovi e altament specializzati nella distribuzione di contenuti online, le “ombre bianche” i colossi della rete che si sono attrezzati per gestire lo streaming sono Google, Facebook e Twitter a cui si è aggiunta recentemente anche Apple. Cupertino ha annunciato 1 miliardo di dollari di investimenti in nuove serie tv. Facebook, solo per un ristretto numero di utenti, ha lanciato il mese scorso la sua televisione. Watch trasmette in diretta sport come il Baseball, presto avrà anche una serie originale. Twitter a maggio ha annunciato sport live e altri contenuti, tra cui un notiziario video di Bloomberg. La caccia ai contenuti è iniziata. E potrebbero essere proprio i contenuti, la variabile capace di decidere chi siederà sul trono degli smartphone.

Articolo uscito sul Sole 24 Ore del 4 settembre 2017

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