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Fed, lascia il numero due Fischer

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Fed, lascia il numero due Fischer

Dimissioni a sorpresa di Stanley Fischer dalla vicepresidenza della Federal Reserve. Il banchiere centrale, 74 anni, il cui mandato di numero due della banca centrale Usa era in scadenza nel giugno 2018, ha inviato ieri una lettera al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, citando «ragioni personali». La sua uscita di scena, annunciata nella missiva «attorno al 13 ottobre», cade in un momento delicato per la Fed. Continua pagina 6

Fischer è uno dei più stretti alleati nel consiglio della Fed del presidente Janet Yellen, il cui mandato scade a sua volta nel febbraio prossimo. Le sue dimissioni accelerano quindi il cambio della guardia ai vertici della banca centrale, dove Trump ha già tre seggi vacanti da riempire e la possibilità di rimodellare la Fed su una linea più in sintonia con la sua. Yellen resta in corsa per succedere a se stessa, ma un candidato più forte è considerato il consigliere economico di Trump, Gary Cohn, ex banchiere di Goldman Sachs. Altri nomi che circolano sono l’economista conservatore John Taylor, l’attuale membro del consiglio Jerome Powell o l’ex Kevin Warsh. Resta da vedere se e come l’uscita di Fischer influenzerà la successiva scelta del numero uno.

Finora Trump ha effettuato una sola nomina, quella di Randal Quarles, ex consigliere economico di George W. Bush, ancora da approvare dal Congresso. Quarles si dovrebbe occupare della regolamentazione delle banche e della finanza, un tema su cui l’amministrazione Trump vuole imporre una marcia indietro rispetto alle regole introdotte dopo la crisi finanziaria scoppiata nel 2008. Yellen e Fischer si sono entrambi pronunciati contro questa inversione di tendenza. La presidente della Fed lo ha fatto nel suo discorso di Jackson Hole il mese scorso, mentre il suo vice lo ribadisce nella lettera di dimissioni. «Abbiamo proseguito sui passi intrapresi in precedenza – scrive Fischer a Trump – per rendere il sistema finanziario più forte e resistente e maggiormente in grado di fornire il credito che è così vitale alla prosperità delle famiglie e delle imprese». Recentemente, aveva detto che i tentativi di allentare i vincoli sul sistema finanziario sono «pericolosi e miopi». Il banchiere centrale rivendica anche nella lettera che dalla sua nomina (nel 2014 da parte di Barack Obama) «l’economia ha continuato a rafforzarsi, fornendo milioni di posti di lavoro addizionali ai lavoratori americani».

Fischer sostiene che è stato «un grande privilegio» lavorare con Janet Yellen, con la quale peraltro non sempre si è trovato in totale accordo. In particolare, il vicepresidente era più incline a una normalizzazione della politica monetaria, pur nella gradualità, rispetto alla presidente. La banca centrale americana ha intenzione di ridurre progressivamente il portafoglio titoli, di 4.200 miliardi di dollari, accumulato con il Qe, ma ha frenato per ora su possibili futuri rialzi dei tassi d’interesse. Un elemento che, insieme ai dubbi dei mercati sull’efficacia delle politiche dell’amministrazione Trump, ha contribuito al ribasso del dollaro.

Fischer è considerato un vero e proprio “padrino” del central banking contemporaneo e gode di enorme statura internazionale. È stato uno dei principali economisti a studiare a fondo l’indipendenza delle banche centrali ed è stato maestro, al Massachusetts Institute of Technology, del presidente della Bce, Mario Draghi, e dell’ex presidente della Fed, Ben Bernanke, oltre che degli attuali governatori di Brasile e Argentina. È stato il numero due del Fondo monetario negli anni della crisi dei Paesi emergenti, capo economista della Banca mondiale e governatore della Banca d’Israele (ha la doppia cittadinanza) fra il 2005 e il 2013, oltre che vicepresidente di Citigroup.

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