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Sonda Cassini al capolinea con tuffo su Saturno

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Sonda Cassini al capolinea con tuffo su Saturno

(Ansa)
(Ansa)

Ancora poche ore e poi la mastodontica sonda interplanetaria Cassini terminerà la sua ventennale missione. Il 15 settembre prossimo infatti, alle 14 ora italiana, cambierà la sua traiettoria per immergersi nel gas che forma le parti più esterne di Saturno, il pianeta con gli anelli, il più elegante, dei nostri vicini del sistema solare. Un “Gran finale”, come è stato chiamato da Nasa, che ha un sapore quasi biblico per la sonda che ha raggiunto quel pianeta dopo sette anni di viaggio – era partito nel 1997 – e poi per 13 lo ha osservato, sfiorato 22 volte, misurato, fotografato fornendo un'infinità di dati che sono ancora in studio.

Anche il suo ultimo tuffo, che lo farà diventare parte esso stesso di Saturno, non è certo inutile, ma anzi darà dati fondamentali sull'atmosfera in cui penetrerà, almeno finché le condizioni lo permetteranno. Poi non sapremo più nulla di Cassini, la sonda più grande e massiccia mai costruita da Nasa, 5.600 chili al lancio, e anche una delle più costose, oltre 3 miliardi di dollari, un capolavoro irripetibile di tecnologia anni '80 che fa impressione oggi che i soldi disponibili per missioni interplanetarie sono dieci volte di meno (quando va bene!) e i satelliti importanti possono pesare qualche decina di chili solamente.

Ma non c'è solo la Nasa in questa missione: anche l'Europa con Esa e l'Italia con Asi, la nostra agenzia spaziale che seguirà gli ultimi minuti grazie a nuovo grande radiotelescopio italiano posto in Sardegna, Srt, hanno partecipato all'impresa. Il nostro Paese ha grande merito in questa missione, dato che fu uno dei più tenaci assertori della sua importanza all'inizio degli anni '80 e partecipò attivamente alla strumentazione di bordo, scientifica e non. “Cassini è il simbolo della capacità scientifica spaziale italiana, il risultato di un lungo lavoro d'eccellenza in partnership con Nasa ed Esa – sostiene il presidente Asi Roberto Battiston -. Ricordo che l'Italia ha sviluppato l'antenna ad alto guadagno con incorporata un'antenna a basso guadagno che hanno assicurato le telecomunicazioni con la Terra, lo spettrometro Vims, il sottosistema di radioscienza (Rsis) e il Radar”.

Cassini non decollò da sola nel settembre del 1997, ma portando sulla groppa, diciamo così, un piccolo mezzo, Huygens, simile a una grande pentola a pressione, che il 14 gennaio del 2004 atterrò sul suolo di Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, con una manovra che sembrava impossibile. Ci rivelò un mondo pieno di laghi e mari di metano e altri idrocarburi, come forse è stata anche la nostra Terra prima che iniziasse a comparirvi la vita. Un successo scientifico e tecnologico che rimane insuperato finora: basti pensare che Saturno sta a 1,5 miliardi di chilometri circa e far scendere su Titano un mezzo partito dalla Terra è come colpire con un ipotetico proiettile una moneta da 1 euro a 5.000 chilometri di distanza. Anche qui il nostro Paese oltre alla parte scientifica, indispensabile per realizzare il lander Huygens, ha sviluppato, grazie ad Asi, lo strumento Hasi, che ha misurato le proprietà fisiche dell'atmosfera e della superficie di Titano.

Cassini ci ha svelato anche un altro incredibile aspetto legato a Encelado, altro grande satellite di Saturno, che spruzza continuamente acqua calda, come in un geyser islandese, anche a molecole organiche complesse. Sotto la coltre ghiacciata di quel grande satellite c'è quindi un lago o forse un oceano di acqua liquida riscaldata dal nucleo del satellite stesso, in un modo ancora tutto da capire.

Le 22 incursioni di Cassini attraverso gli anelli di Saturno ce li hanno fatti conoscere in dettaglio, formati come sono da pezzi di ghiaccio o roccia, milioni, di ogni dimensione da quelle di un granello di sabbia fino alla grandezza di una casa a tre piani e molto più recenti di quanto si riteneva. Lo studio da vicino di queste ordinatissime e luminosissime schiere cosmiche, che restano sospese in perfetto ordine girando negli anelli all'altezza dell'equatore di Saturno, ci ha dimostrato che non sono affatto, come si pensava, antichissime, miliardi di anni, coeve cioè alla formazione del pianeta stesso. Se fosse così non sarebbero potute sopravvivere a urti e altri fenomeni meccanici. Provenienti invece, ma forse meglio dire forse, dalla frantumazione di altri satelliti di Saturno, probabilmente sono recentissimi, appena 50-70 milioni di anni, quando qui sulla Terra i dinosauri se la spassavano, padroni incontrastati del nostro pianeta.

Sonda Cassini, il gran finale

Di lune a Saturno la Cassini ne ha aggiunte 12, troppo piccole per essere viste da Terra e spesso immerse fra gli anelli, alcune di forma stranissima, tipo ciambella o calzone di pizza, probabilmente asteroidi catturati dalla grande forza di attrazione gravitazionale del pianeta, il secondo più grande nel sistema solare dopo Giove.

A un certo punto si discusse anche dell'eventualità di far diventare Cassini un satellite permanente di Saturno, dato che le sue pile a radioisotopi gli permetterebbero di lavorare per anni mentre il gas che serve a correggere la rotta è sostanzialmente finito. Perché quindi con gli ultimi rimasugli di propellente non inserirlo in un'orbita stabile e farlo continuare a lavorare? La spiegazione tirata in ballo dall'agenzia – del genere “magari in futuro la sonda incoccia con un qualche corpo celeste e sparge radioisotopo dappertutto” – sembra piuttosto debole, se non paranoica, come ha sostenuto un autorevole astrofisico americano.

Il fatto è che quando si parla di satelliti si dice sempre quando sono costati, sollevando spesso critiche d'antan sull'utilizzo del denaro pubblico, ma non si pensa che tenerli in esercizio, magari per vent'anni, costa magari anche di più. Certo se a decidere fossero stati Gian Domenico Cassini che studiò in modo scientifico per primo Saturno alla fine del 1600 o Christiaan Huygens che il 25 marzo 1655 scoprì Titano col telescopio, certamente la sonda resterebbe in orbita fino all'ultimo watt di potenza disponibile.

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