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Industria 4.0: ecco i rischi se non nascono standard comuni

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Industria 4.0: ecco i rischi se non nascono standard comuni

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Non è tecnologia industry 4.0 tutto quello che luccica. In questa fase in cui il Governo dispensa molti incentivi fiscali – confermati nella Legge di Bilancio 2018 - per le aziende che investono in innovazione industriale, può essere facile cedere alla tentazione di fare di tutta un'erba un fascio. Ossia considerare innovazione industry 4.0 e quindi progresso ogni tecnologia che venga inserita in fabbrica.

Il rischio da evitare, su cui cominciano a interrogarsi le principali università che stanno accompagnando la transizione italiana a industry 4.0, è quello del fuoco di paglia. Tanti soldi investiti, grazie allo sforzo fiscale del Governo, in tecnologie che non sono davvero utili ad aumentare l'efficienza industriale. Oppure che addirittura possono pregiudicare investimenti futuri, essendo tecnologie chiuse, non standard, che ingabbiano l'azienda.

Il problema ha molte facce e richiede soluzioni di tipo organizzativo, politico e tecnologico. Restando in quest'ultimo ambito, gli esperti stanno evidenziando due risposte possibili. Da una parte, bisogna guardare alle singole tecnologie che si candidano come buoni standard per l'industry 4.0. Dall'altra, serve massima attenzione agli sforzi internazionali di standardizzazione delle tecnologie.

Francesco Sacco, docente dell'università Bocconi di Milano, si sta concentrando molto sul primo aspetto. “È molto interessante lo standard MulteFire”, dice per esempio Sacco. Lo indica come una delle tecnologie pensate proprio per accompagnare il fenomeno industry 4.0. «Serve a creare reti wireless per l'internet delle cose, in azienda, unendo la semplicità del Wi-Fi con la sicurezza e l'affidabilità dell'Lte. Funziona su spettro non licenziato, infatti, come il Wi-Fi, ma usa i protocolli dell'Lte. Le aziende possono creare quindi così una propria rete privata analoga, dal punto di vista tecnico, a quella degli operatori mobili”. Ci lavora la Multefire Alliance, che comprende tutti i big del settore, da Cisco a Qualcomm a Nokia, Huawei, Ericsson. La tecnologia arriverà nel 2018, in competizione che altri standard wireless Iot, come Lora, rispetto ai quali promette di poter garantire una quality of service. Per connettere i sensori Iot a internet sta facendo strada invece il Narrow band Iot, che funziona su reti 4G degli operatori. A ottobre Tim ha lanciato il primo servizio commerciale a riguardo. Negli stessi giorni Vodafone ha annunciato 10 milioni di euro di investimento per portare la tecnologia in tutta Italia.

Un altro pilastro di industry 4.0 è big data “e in quest'ambito, per la gestione di grandi base di data e di applicazioni sovrastanti, si evidenzia il frameword Apache Hadoop”, aggiunge Sacco. La seconda questione è “assicurarsi che nelle aziende italiane ed europee arrivino tecnologie in grado di parlare tra loro”, dice Emilio Paolucci, del Politecnico di Torino, e uno dei protagonisti del piano Industry 4.0 del Governo in ambito accademico. “Ecco perché c'è un tavolo tra Francia, Germania e Italia per arrivare a uno standard de facto che faccia parlare gli apparati di diversi produttori, aggiunge.

Come spiega Claudio Demartini, a capo del dipartimento di automatica e informatica del Politecnico di Torino, “due standard fondamentali sono il modello di architettura di riferimento Industrie 4.0 (RAMI 4.0) della Piattaforma Industrie 4.0 e il modello Industrial Internet Reference Architecture (IIRA) del Consorzio Industrial Internet”. «Resta la questione di quali componenti e proprietà dei due modelli siano complementari o congruenti e quali processi e caratteristiche debbano essere ancora realizzate per garantire il maggior vantaggio per l'utente nella prospettiva della loro integrazione». «Si rende necessario coordinare i principali organi e le diverse organizzazioni di normalizzazione».

«Per arrivare a una soluzione - aggiunge Mauro Lombardi, dell'università di Firenz e - bisogna coniugare spazi semantici diversi; è possibile se si costruisce una ontologia di riferimento oppure più ontologie, ciascuna dotata di un motore ontologico di ricerca. Con appositi protocolli tali motori potrebbero connettersi e scambiare informazioni».

È una questione tecnica, che ora impegna chi lavora agli standard. Con una ricaduta molto pratica: «le pmi italiane, per programmare gli investimenti di lungo periodo, devono essere certe che le attuali tecnologie installate in azienda potranno parlare con futuri software», dice Paolucci. Solo all'interno di questa prospettiva si potrà dire che gli incentivi fiscali e i relativi investimenti delle aziende hanno colto l'obiettivo desiderato.

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