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Nell’Europa «multicrisi» l’incertezza è in calendario

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Nell’Europa «multicrisi» l’incertezza è in calendario

  • –Adriana Cerretelli

Finisce la legislatura, comincia la campagna elettorale. Il premier, Paolo Gentiloni, sdrammatizza i rischi di instabilità politica del Paese e ricorda che serietà, sobrietà e competenza sono le chiavi per affrontarne i problemi. Resta che l’Italia, la terza economia dell’euro, entra in una nebulosa elettorale che l’anno prossimo interesserà anche Belgio, Irlanda, Svezia, Finlandia, Ungheria e Repubblica Ceca. Cioè almeno sette Paesi su 27 dell’Unione. Doveva essere l’anno della rinascita e delle grandi speranze carburate dalla ripresa economica e dall’ambizioso volontarismo della Francia di Emmanuel Macron in ritrovata sintonia con la Germania di Angela Merkel al quarto mandato.

Per ora invece il 2018 si annuncia un anno come troppi altri in un’Europa multi-crisi dove le crisi cambiano ma non passano, assumono modalità seriali che, diversamente dal passato, appaiono sempre più lo specchio impietoso degli irrisolti problemi strutturali delle sue democrazie, dell’inadeguatezza e dei ritardi culturali delle sue classi dirigenti piuttosto che il frutto di difficoltà magari gravi ma passeggere.

Nelle intenzioni della Spagna di Mariano Rajoi le elezioni del 21 dicembre avrebbero dovuto fare chiarezza nella partita catalana. Invece perpetuano la spaccatura tra indipendentisti con la maggioranza parlamentare (70 seggi su 135, 2 in meno rispetto alla legislatura uscente) e unionisti con quella del voto popolare (52%), Ciudadanos eletto primo partito della regione con 37 deputati, il Pp di Rajoi umiliato, 4 seggi (da 11), 5% dei consensi, una sconfessione clamorosa.

Non ci saranno risposte politiche né coalizioni facili. Qualsiasi accordo di compromesso e riconciliazione nazionale richiederà una dose di intelligenza politica finora dovunque mancata. Sia pur legittimato da Costituzione, codici e giusta causa dell’unità nazionale da tutelare, l’approccio punitivo del Governo Rajoi si è dimostrato inadatto a gestire la crisi catalana, una sfida politica e identitaria prima che economica, cioè perfetta per minare l’unità del Paese.

Se ne dovrebbe ricordare l’Europa, che in Spagna non intende interferire in una “questione puramente nazionale”(in realtà per difendere l’intangibilità delle frontiere interne) ma che forse sarà costretta tra qualche mese a farlo in Polonia. La Commissione Ue invoca infatti l’art.7 del Trattato Ue e relative sanzioni (fino alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo), brandendo il diritto e la giusta causa della difesa dei valori fondanti Ue: indipendenza della magistratura e separazione dei poteri. Con rischi potenzialmente devastanti. In gioco in Polonia non c’è tanto il futuro dell’esecrato sistema Kaczinski quanto coesione e tenuta dei rapporti Est-Ovest nell’Unio ne. Con cinismo si potrebbe dire che questo può essere un modo per avviare la selezione tra partner scomodi in vista di una possibile Europa multispeed. Più facile da dire che da fare. Prima di tutto perché l’Ungheria porrà il veto, rendendo di fatto la decisione impossibile. Non solo. L’Ue impugnò l’art. 7 per la prima volta nel 2000 contro l’Austria , colpevole di aver insediato un Governo alleato con l’estrema destra di Jorg Haider. Quasi subito fu però costretta a ritirare le sanzioni per evitare un’insurrezione nazionalista e le riserve di diversi paesi.

Oggi a Vienna siede una coalizione con lo stesso partito (Fpo) e l’Europa tace. L’art. 7 non è stato e non è un deterrente. Eppure con un’iniziativa dal potenziale dirompente sui confini attuali e la stessa integrazione europea, il Governo Kurz ha addirittura deciso unilateralmente di offrire la doppia cittadinanza agli altoatesini di origine tedesca, incurante delle spinte irredentiste che può resuscitare in Italia e in Europa pescando nello stesso pozzo avvelenato del separatismo ucraino, giocato su radici e sirene della Santa Madre Russia,

Tutto questo senza parlare di tutti gli altri populismi e nazional-estremismi che non vincono in Europa ma sono in grado di condizionare pesantemente l’azione dei suoi Governi. Il caso Brexit è il più clamoroso, non importa se assomiglia sempre di più a un incredibile suicidio nazionale. L’Europa sta diventando una causa persa? Il dubbio non è peregrino in questo fine 2017 che ha visto tramontare persino l’invulnerabile stabilità politica del suo azionista di maggioranza. La Germania è uscita diversa dalle elezioni: Merkel più debole, grande coalizione con la Spd forse ma fragile (si dice già che se ci sarà non potrà durare molto), l’estrema destra dell’Afd con quasi 100 deputati al Bundestag, estrema sinistra più forte. Quale spinta europeista si può attendere da questo Unione, per di più ostaggio della nuova carica elettorale in arrivo?

Le cause del malessere ingovernabile sono tante. La peggiore è stata la scelta di puntare tutto negli ultimi 30 anni su economia e mercato senza ammortizzatori sociali e senza il supporto di una visione politica condivisa e spiegata ai cittadini. Ora gli ignorati e gli esclusi che ne hanno pagato il conto contestano l’Europa, anche in Italia. Senza rendersi conto che affondarla sancirebbe il disastro collettivo soprattutto a carico proprio dei più deboli. Decisamente il 2018 non porterà la fine dei guai.

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