Tecnologia

Perchè scatta quel click facile che rischia di tradirci

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|social media

Perchè scatta quel click facile che rischia di tradirci

L’indubbio merito del digitale e dei social media in particolare è di aver dato a tutti la possibilità di pubblicare le proprie opinioni. Il che non trasforma tutti in Indro Montanelli, giusto per fare un esempio di giornalismo, e nemmeno tutti coloro che esprimono un’opinione in influencer. Si potrebbe discutere a lungo di educazione digitale, necessaria quanto l’educazione finanziaria, l’educazione sanitaria, l’educazione alimentare. Ma ciò che forse è il caso di sottolineare, sono alcuni aspetti banali della nostra vita digitale, che tutti insieme denotano un mutamento antropologico, rispetto solo a un decennio fa.

Cosa scatta infatti nella mente, anzi sulle dita degli utenti dei social che postano foto discutibili e/o inappropriate, commentano inveendo contro singoli e istituzioni dello Stato, cliccano “mi piace” su contenuti lesivi della dignità personale altrui? Patricia Wallace cerca di indicare qualche risposta nel suo «Psicologia di Internet», in cui analizza le reazi0ni della nostra mente di fronte a ciò che accade sullo schermo e che ci porta all’interazione. Semplificando, si può dire che questa spinta alla reazione cui siamo chiamati dai social, produce nella nostra psiche una sorta di choc tale per cui si produce una deriva della nostra sfera limbica. La nostra reattività viene così guidata in un tripudio emotivo di cui gli emoticon sono la sintesi.

Questo choc, sostengono esperti come Wallace e altri, provocano una cesura esistenziale tra la nostra parte razionale, controllata e pubblica, e ciò che invece scaturisce dalla parte limbica del nostro sistema nervoso. Il proverbiale «Ma sì!» che sdogana il click facile e segna questa rottura dei freni inibitori, anche di chi nella vita offline non manca di mostrare un certo rigore. Ci si lascia andare, per poi talvolta pentirsi. Soprattutto se a far notare l’incongruenza dei nostri comportamenti social è l’Agenzia delle entrate o un’ex coniuge con cui il capitolo assegno di mantenimento non è ancora definito o il datore di lavoro. La giurisprudenza sull’utilizzo improprio degli strumenti digitali da parte dei dipendenti è diventata corposa, per non parlare degli aspetti patologici riguardanti stalking, cyberbullismo o ricatti a sfondo sessuali.

Dovrebbe essere universalmente noto che ciò che è social ricade in ogni caso sotto l’occhio della legge: diffamazione, ingiuria, oltraggio al pubblico ufficiale, alla bandiera alle alte cariche dello Stato, sono vigenti anche in rete. E chi come l’estensore di questo articolo sui social cancella talvolta commenti che infrangono queste norme, lo fa anche a tutela degli estensori dei commenti stessi. Che, al di là della caratterizzazione di Maurizio Crozza nel suo personaggio tv “Napalm 51”, sono i nostri tranquilli vicini di casa o il collega gentile che sorride in ascensore.

Gli emoticon sono divertenti, rispecchiamo ciò che proviamo: mi piace, sono triste, preoccupato, arrabbiato, felice. AI tempi dei social la complessità e la pluralità dei nostri stati d’animo viene incanalata dalla galleria di faccine e la consuetudine all’utilizzo della rete trasforma gli emoticon da strumento di rispecchiamento ai canali di classificazione dei nostri stati mentali, ad opera di una tassonomia definita da Facebook. Troppo? Ognuno provi a confrontare questa descrizione con la propria vita digitale e quella delle persone che si conoscono meglio (on e offline). Anche da qui parte il miglioramento della nostra educazione digitale.

Facebook: @maloconte
Twitter: @loconte63

© Riproduzione riservata