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Spotify fa richiesta per la quotazione diretta: debutto nel primo trimestre

Wixen Music fa causa alla società di Streaming

Spotify fa richiesta per la quotazione diretta: debutto nel primo trimestre

Spotify lo scorso dicembre ha depositato i documenti per la quotazione diretta in borsa: il debutto a Wall Street potrebbe avvenire già nel primo trimestre del 2018. Lo riferisce l’agenzia Bloomberg che cita fonti vicine al dossier, a poche ore dalla notizia della causa da 1,6 miliardi intentata alla piattaforma di streaming svedese dalla società di publishing Wixen Music. Da quello che si apprende, si tratterà di una collocazione tutt’altro che tradizionale: un listing diretto che eviti le commissioni di sottoscrizione e le restrizioni sulle vendite di azioni da parte dei proprietari attuali.
Con una Dpo non ci sarebbe alcun road show, non ci sarebbe l’emissione di nuovi titoli, nessuna banca di investimento verrebbe coinvolta e non ci sarebbero underwriter né periodi di lock-up. Ciò permetterebbe a Spotify di quotarsi spendendo poco e i suoi investitori esistenti non si vedrebbero diluire la loro partecipazione. Sarebbe il primo grande gruppo a quotarsi attraverso una Dpo, fino ad ora scelta da azienda piccole attive soprattutto nel settore biotech. Il 21 dicembre scorso il Wsj scriveva che la Sec si preparava a dare il suo via libera ma poi non erano seguite conferme di alcun tipo. Spotify nel 2015 era valutata 8,5 miliardi, ma il valore e' salito a circa 20 miliardi di dollari dopo il recente swap azionario con il colosso cinese di internet Tencent Holdings.

Wixen chiede 1,6 miliardi a Spotify
Ma veniamo alle vicende giudiziarie. In musica il progresso passa spesso e volentieri attraverso le aule di tribunale. Contro una causa finì per schiantarsi Napster, piattaforma di condivisione di file mp3 che rappresentò l’alba della musica online. Contro un (ennesimo) contenzioso inciampa Spotify, piattaforma di streaming online più popolare al mondo con oltre 140 milioni di utenti attivi di cui 60 milioni a pagamento. A intentarglielo, lo scorso 29 dicembre, è stata la società di publishing californiana Wixen Music, portafoglio di artisti che abbraccia mostri sacri come Doors, Carlos Santana e Neil Young, il compiano Tom Petty e icone dell’indie Usa del calibro dei Black Keys: la casa editrice ha chiesto alla startup svedese la cifra monstre di 1,6 miliardi di dollari per presunta violazione del diritto d’autore.

L’accusa: streaming senza piena disponibilità dei diritti
Spotify, secondo le carte prodotte al Tribunale Federale della California, avrebbe fatto ascoltare ai propri utenti, senza averne il diritto, canzoni come Light my Fire dei Doors o Free Fallin’ di Tom Petty senza averne la piena disponibilità del copyright.

Problemi che attengono alla complessa gestione della filiera del diritto d’autore musicale nell’epoca dello streaming, con molti meno soldi a girare rispetto ai tempi d’oro andati e una distribuzione non sempre equa dei ricavi ad autori ed editori: vedi alla voce value gap. Tema caldissimo sul quale case discografiche, società di publishing, autori e artisti continuano a dibattere animatamente da qualche anno. Con risultati non sempre in linea con le aspettative.

«Caccia al bisonte» nell’anno della quotazione
Non è la prima volta che la società di Daniel Ek incappa in richieste risarcitorie da parte di chi fa musica. A maggio scorso, per esempio, la compagnia di Stoccolma si è accordata per un pagamento da 43 milioni di dollari per evitare una class action capitanata dagli autori David Lowery e Melissa Ferrick. A luglio, invece, sempre per via dei diritti sono arrivate le cause di due editori musicali country di Nashville, Rob Gaudio e Bluewater Music.

Insomma: sull’azienda di Stoccolma si è scatenata una specie di «caccia al bisonte» giuiziaria. Come finirà stavolta? Da Spotify non arrivano risposte. Potrebbe andare a causa, sostenendo la stessa difesa contrapposta a Gaudio e Bluewater: il termine streaming, signori della corte, non implica né diritti di riproduzione né di distribuzione in base alla legislazione vigente negli States sul copyright. Che, nel 2018, in ogni caso potrebbe cambiare, se consideriamo che il Congresso dovrebbe legiferare sul Music Modernization Act. Un anno davvero niente male, quello appena cominciato, per Spotify che dovrebbe portare a casa una quotazione in borsa da record. Cause permettendo.

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