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Più spin-off universitari, ma il mercato resta lontano

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Più spin-off universitari, ma il mercato resta lontano

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Attecchiscono nei laboratori universitari legati spesso alla ricerca pubblica e crescono per numero e fatturato. Tutelano la proprietà intellettuale, anche se scarseggiano ancora in alleanze legate al business. Ad oggi sono 750 le startup attive nella rete PNI Cube, associazione degli incubatori universitari che istituisce ogni anno il premio nazionale per l’innovazione. A queste si sommano 1200 realtà provenienti dal bacino della ricerca pubblica.

Dalla fotografia scattata a dicembre 2017 e che ha coinvolto 350 neo-imprese emerge un fatturato medio di 260mila euro. Addirittura si riscontra un 5% superiore al milione di euro.

Così spin-off universitari e startup accademiche si moltiplicano, legandosi ai 40 atenei che si sono dotati di un incubatore. «Si tratta di realtà che generano imprese di qualità. Anche perché l’ecosistema è significativo. I dati evidenziano che le startup universitarie, in particolare quelle generate dalla rete PNI Cube, hanno un elemento aggiuntivo di crescita soprattutto per tre ragioni: la ricerca, il sistema di selezione collaudato e capillare e un ecosistema di supporto», afferma Giovanni Perrone, presidente di PNI Cube. Proprio l’associazione ha assegnato a fine novembre i riconoscimenti nati quattordici anni prima per accorciare le distanze tra ricerca e mercato. Il premio ha coinvolto 46 università e incubatori associati e ha visto la partecipazione di quasi tremila neoimprenditori con una cifra erogata di 1,6 milioni di euro, di cui una buona fetta in servizi.

La ripartizione geografica racconta un Nord Italia che si impone col 46% delle startup, seguito dal Sud Italia col 34% e dal centro col 20%. La salvaguardia della proprietà intellettuale coinvolge quasi la metà delle neo-imprese: il 40% dei progetti è supportato da almeno un brevetto, ma solo il 35,4% ha avviato una partnership di business.

L’ambito ICT si conferma il più vicino al mercato e col maggior numero di brevetti depositati (45,5%), le startup su energia e sostenibilità presentano le più numerose sinergie col business (52,4%) e quelle su salute e scienze della vita il maggior numero di alleanze nella ricerca (28,6%). Ma attenzione, le difficoltà restano l’approdo sul mercato e la competitività di sistema: il 58% delle startup presentano prodotti o servizi ancora prototipali e solo il 3,1% sono già sul mercato. Le squadre di lavoro si formano tra laboratori di università o incubatori certificati, ma lamentano una difficoltà nel trovare risorse umane: il 23% dichiara una mancanza sul mercato di figure tecniche, addirittura il 61,5% è a caccia di profili di business e commerciali.

Per tutte la chiave per competere è nel fare sistema. «Le metriche raccontano come il nostro ecosistema fatichi a raggiungere i numeri europei. Ecco perché bisogna puntare sul trasferimento tecnologico e guardare all’ecosistema. Solo così crescono i distretti di incubazione», afferma Stefano Mainetti, ceo di Polihub, incubatore di impresa del Politecnico di Milano che conta 113 iniziative attive, 600 persone coinvolte e un fatturato aggregato di 30 milioni di euro. «Nonostante tutto l’ecosistema continua un processo di strutturazione grazie a due componenti: la commistione tra investimenti da parte di attori formali e informali e il fenomeno dell’internazionalizzazione», precisa Mainetti.

Proprio questa idea di scalabilità è alla base del successo di Vislab, intuizione nata nei laboratori di ingegneria dell’Università di Parma. «Nel 2009 abbiamo fatto partire questa startup nella quale c’era anche l’università come socio. Abbiamo iniziato a fare ciò che nessuno aveva mai fatto. E così siamo stati i primi al mondo a fare test di guida automatica», ricorda Alberto Broggi, docente dell’Università di Parma e general manager di Vislab. Nel luglio 2015 arriva l’acquisizione da parte di Ambarella, colosso californiano hi-tech, con 30 milioni di euro e un piano di stock options per mantenere coinvolti i 38 ricercatori. «Il trasferimento è stato di tecnologie, non di cervelli», conclude Broggi. Da Parma a Milano: il 2017 ha segnato anche un round da 6,5 milioni di euro per Wise, startup attiva nel biomedicale impegnata nello sviluppo di una nuova generazione di elettrodi impiantabili. E nella rete PNI Cube c’è anche Abinsula, startup del settore automotive specializzata nella produzione di software per automobili. L’impresa è nata nel circuito universitario sardo e oggi conta un team di 50 ingegneri e un fatturato di 6 milioni di euro.

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