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Metà degli incubatori italiani lavora con startup a forte impatto sociale

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Metà degli incubatori italiani lavora con startup a forte impatto sociale

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(Olycom)
(Olycom)

Circa il 60% degli incubatori italiani è un'azienda privata e si trova nella parte settentrionale della Penisola, solo il 15,4% presenta una natura pubblica (la quota restante degli possiede invece una compagine sociale che include soggetti sia pubblici che privati) e più della metà ha supportato organizzazioni a significativo impatto sociale. La Lombardia è la prima regione italiana per numero di acceleratori attivi sul territorio e i due terzi delle startup operano nel campo dei servizi di informazione e comunicazione (il 40%) e in quello delle attività professionali, scientifiche e tecniche (il 25,8% del totale). È lo spaccato di un'analisi sull'innovazione e sull'imprenditorialità sociale presentata oggi a Milano e realizzata dal Politecnico di Torino in collaborazione con Italia Startup e con il supporto di Cariplo Factory, Compagnia di San Paolo, Impact Hub Milano, Make a Cube³, SocialFare e Social Innovation Teams.
L'indagine ha mappato 162 realtà fra incubatori veri e propri, acceleratori e spazi di coworking che offrono accompagnamento manageriale e/o formazione imprenditoriale e fra i dati che evidenziano una distribuzione non omogenea dell'ecosistema dell'innovazione c'è in primis l'ancora limitata presenza di soggetti al Centro Italia (il 20% del totale) e nell'area meridionale e insulare, dove sono in esercizio il 18% di queste organizzazioni. Il giudizio complessivo è comunque positivo, come sottolinea in una nota Paolo Landoni del Politecnico di Torino, coordinatore della ricerca, secondo cui “gli incubatori italiani stanno crescendo e diversificandosi sia in termini di settori sia in termini di modelli di business. Particolarmente interessante - ha aggiunto il professore - è la scelta di un numero crescente di queste realtà di focalizzarsi su imprese a significativo impatto sociale, e tale specializzazione potrebbe essere un elemento efficace di differenziazione per il nostro Paese”.
Più della metà degli incubatori, in effetti, ha dichiarato di aver supportato organizzazioni a significativo impatto sociale e il settore più rappresentato in questo senso è quello legato alla cultura, alle arti e all'artigianato (tema che interessa il 20% del campione), davanti alle nuove imprese attive nel campo della salute e del benessere (18%) e a quelle dedicate alla protezione ambientale (14%). Balza però all'occhio anche un altro dato, certo non incoraggiante. Solo un quarto degli incubatori ha investito capitale di rischio nelle organizzazioni incubate nel corso del 2016 mentre non c'è stato alcun finanziamento da parte degli incubatori a matrice pubblica. Quanto al fatturato, infine, in media gli incubatori italiani hanno prodotto nel 2016 ricavi procapite pari a 1,13 milioni di euro (per un aggregato stimabile intorno ai 183 milioni di euro) ma circa la metà degli operatori non è andato oltre i 250mila euro, confermando lo status di “nanismo” dell'ecosistema startup nostrano.
Le nuove imprese innovative, e il dato emerge dal campione di 382 startup incubate del 2016 in 32 diversi incubatori, esibiscono del resto ricavi medi che oscillano fra i 123mila (le imprese a significativo impatto sociale) e i 127 mila euro.

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