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Gas di scarico inalati in laboratorio: da almeno 50 anni la ricerca…

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industria dell’auto tedesca

Gas di scarico inalati in laboratorio: da almeno 50 anni la ricerca usa cavie umane

(Ap)
(Ap)

A leggerla bene, la notizia che sta facendo tremare l’industria automobilistica tedesca è una non notizia. La pratica di far inalare a cavie umane dosi misurate di biossido di azoto (NO2), per poi valutarne gli effetti sull’organismo, è infatti una pratica consolidata tra i ricercatori. E anche lecita, se condotta secondo un codice etico ben definito. Come dimostra una lunga letteratura scientifica che parte dagli anni 70 e arriva fino ai giorni nostri.

La punta dell’iceberg
Lo studio al centro dello scandalo (Brand et al. 2016: Biological effects of inhaled nitrogen dioxide in healthy human subjects) è l’ultimo di una lunga serie. I 25 volontari che vi hanno partecipato rappresentano solo la punta dell’iceberg. Lo certifica, ironia della sorte, un documento ufficiale di un organismo tedesco, la MAK-Commission, ente governativo che in passato si è occupato di indagare i rischi da esposizione a sostanze chimiche negli ambienti di lavoro.

Cavie umane e NO2: una pratica consolidata
Nel documentoNitrogen dioxide, pubblicato online nel 2012 ma redatto nel 2005, la commissione passa in rassegna i risultati degli studi che hanno visto cavie umane inalare dosi più o meno massicce di biossido di azoto ai fini della ricerca scientifica. Quello che emerge è che, tra il 1977 e il 1999, gli effetti del gas sono stati testati su (almeno) 1.571 esseri umani. Con modalità paragonabili a quelle dello studio che oggi fa gridare allo scandalo. Non solo. Il ducumento continene anche un corposo elenco di studi regolarmente condotti su animali, tra cui anche scimmie.

Esperimenti a confronto
La tabella che pubblichiamo a corredo di questo articolo mette a confronto gli studi per numero di volontari, durata dell’esposizione e dose massima di gas testata, espressa in Parti per milione (Ppm).

BIOSSIDO DI AZOTO INALATO DA CAVIE UMANE: GLI ESPERIMENTI DAL 1970 A OGGI
Fonte: elaborazione ilsole24ore.com su dati MAK-Commission

Come ormai sappiamo, lo studio che tanto sta facendo discutere ha testato 25 pazienti, facendo inalare loro per 3 ore al giorno, un giorno a settimana, per quattro settimane, dosi di NO2 che variavano - in modo randomizzato - tra 0, 0,1, 0,5 e 1,5 Ppm. Se il periodo di somministrazione di 4 settimane è il più lungo tra gli studi monitorati, lo stesso non può dirsi per la dose massima somministrata.

Test anche su cavie asmatiche
Negli anni, infatti, gli studi censiti dalla MAK-Commission hanno testato dosi ben superiori, fino a 7,5 Ppm (pari a 750 volte la dose minima testata dallo studio “incriminato”) e comunque, nella maggior parte dei casi, superiore alle 1,5 parti per milione. Non solo. Il lavoro della commissione tedesca racconta che in passato gli studi hanno interessato anche volontari malati di asma: almeno 500 persone, stando solo ai lavori censiti nel periodo di riferimento.

Risultati e attendibilità
Quello che emerge dagli studi, tendenzialmente, è che l'esposizione non crea danni acuti di breve periodo, se non nei soggetti asmatici: quest’ultima è una costante di tutti i lavori. Nulla viene certificato, invece, sugli effetti a lungo termine, dal momento che non esistono studi retrospettivi a distanza di anni dal test. Effetti a lungo termine che sarebbero gli unici degni di nota, ai fini della valutazione dell’esposizone al biossido di azoto per la popolazione umana.

Le vere cavie? Siamo noi
Emerge così il vero limite di questi studi. I periodi di esposizione testati variano da slot compresi tra 15 minuti in un giorno fino a 12 ore in quattro settimane, per ovvie ragioni pratiche e scientifiche, soprattutto a tutela della salute dei volontari. Sarebbe del resto impossibile riprodurre in laboratorio l’esposizione permanente a cui è sottoposto chi vive, per esempio, in una grande città, vera e inconsapevole cavia di un esperimento di massa a cielo aperto. I cui effetti sull’organismo saranno noti solo nei prossimi decenni. Ma anche questa, purtroppo, è una non notizia.

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