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(Quasi) assolto lo studio scientifico che ha messo in crisi…

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test sui volontari

(Quasi) assolto lo studio scientifico che ha messo in crisi l’industria tedesca

(Agf)
(Agf)

L’emotività gioca brutti scherzi. Anche all’impassibile cancelliera Angela Merkel e ai top manager della Volkswagen. Che di fonte alle accuse di usare le persone come cavie avrebbero potuto rispondere - senza farsi prendere dal panico - che gli studi scientifici e le norme che tutelano il lavoro vanno prima letti e capiti e poi commentati.

Allora analizziamo lo studio “incriminato” eseguito all'Università di Aquisgrana su 25 volontari sani con l’aiuto di Giuliano Grignaschi, executive director di Research4Life e dal 2005 responsabile dell'Animal Care Unit dell'Irccs-Istituto Mario Negri con il compito di assicurare il rispetto delle normative (italiane ed europee) vigenti in merito alla protezione degli animali utilizzati nella ricerca biomedica.

«È difficile capire realmente cosa sia successo e perché tutto questo stia creando tanto scalpore - commenta Grignaschi - perché si tratta di uno studio scientifico che ha avuto tutte le autorizzazioni necessarie, sia del comitato etico dell'università dove è stato effettuato lo studio, sia il consenso informato dei volontari sani, e quindi condotto secondo le normative vigenti. Ed è anche vero , come si legge nello studio pubblicato nel 2016, che aveva come obiettivo quello di indagare eventuali tossicità di un solo componente del gas di scarico, ovvero il biossido d'azoto (NO2), in 25 volontari sani esposti a livelli non molto elevati e per 3 ore in una giornata alla settimana (il lunedì) per 4 settimane».

Fin qui nulla di strano. Il coinvolgimento dei volontari negli studi scientifici è normale, a patto che venga fatto nel rispetto dlle regole. Non solo. Scopo dello studio era di tipo tossicologico in acuto, cioè non aveva l’ambizione di andare a vedere se l’esposizione all’NO2 determinava nel lungo periodo modificazioni a livello del sistema immuntario dei volontari. In più, si tratta di un’indagine eseguita per vedere quali potevano essere le conseguenze dell’esposizione a questo gas in ambito lavorativo. Una prassi, se non un obbligo, quello per le aziende di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i rischi dei propri dipendenti.

«In teoria qualsiasi azienda dovrebbe rispettare questa procedura - precisa l’esperto -e chiedersi qual è l’indice massimo di tollerabilità e monitorare ciò che può essere tossico per i lavoratori».

Arrivati a questo punto, chiediamoci qual è la valenza dello studio. «La ricerca è stata fatta per vedere in ambito lavorativo quali potevano essere le conseguenze di un'esposizione al biossido di azoto. Però è chiaro che in quest’ambito l'esposizione è di molte ore nell'arco della giornata ed è consecutiva per tutti i giorni, mentre i questo caso sono stati esposti soltanto per 3 ore alla settimana». «Oltretutto - continua Grignaschi - è stata analizzata una sola componente del gas di scarico, tralasciando altre sostanze che potrebbero aumentare o ridurre l'effetto tossico. Su un solo componente è impossibile trarre conclusioni affidabili di tossicità. Quindi, non ha una valenza elevata, in più è pubblicato su una rivista non molto prestigiosa (International archives of occupational and enviromental health), che si occupa specificatamente di salute del lavoratore».

Ma queste lacune nello studio non bastano a scatenare lo scandalo che ha travolto la Germania. «In effetti ci sono due cose che mi lasciano perplesso: il fatto che l'articolo è uscito nel 2016, e soltanto ora qualcuno se ne accorge, e poi la mancanza di correlazione» precisa Grignaschi.

E per quanto riguarda lo studio sulle scimmie? «Se ne sa ancora meno perché non è stato neanche pubblicato. Comunque sarebbe stato uno studio inutile sui primati non umani, perché oggi abbiamo a disposizione delle tecnologie che ci possono permettere di predire molto bene questo tipo di tossicità. Sono diversi i test molto validi che possono essere effettuati: dal silico attraverso le simulazioni al computer e i big data ai test in vitro su popolazioni cellulari umane». (l’approfondimento sulle tecniche alternative all’uso animale nella ricerca uscirà sul numero di domenica 4 febbraio su Nova - Il Sole 24 Ore).

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