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Dragon Ball FighterZ Ritorno al 2D

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Dragon Ball FighterZ Ritorno al 2D

DragonBall Fighter Z per PlayStation 4, Xbox One e Pc, è l'ultimo gioco di lotta a incontri basato sul famoso manga e l'ancor più famoso anime di Akira Toriyama. Si tratta di un progetto importante, su cui Bandai Namco riserva non a caso molte speranze economiche e d'immagine. In questo coloratissimo videogioco, in cui è possibile ripercorrere da soli una delle mille peripezie di Goku e amici, o sfidare il mondo a colpi di onde energetiche nell'immancabile modalità online, la qualità grafica, tecnica e strettamente ludica è altissima, eppure l'aspetto più interessante di Dragonball Fighter Z è un altro: rappresenta infatti uno dei rarissimi giochi su licenza ad unire un brand estremamente forte a un valore produttivo di indiscutibile livello. Insomma, la migliore espressione di quelli che un tempo venivano chiamati tie-in, ovvero miniere d'oro che spesso debuttavano con le migliori intenzioni per poi inevitabilmente trasformarsi in una fonte inesauribile di giochi scadenti.

Con il termine tie-in, letteralmente “uniti insieme”, si indicano prodotti od operazioni commerciali che nascono per sfruttare il successo di un'opera originale spesso, ma non obbligatoriamente, di natura diversa da quella successivamente proposta. Negli ultimi anni la declinazione più famosa del concetto di tie-in è finita in mano al mondo del cinema, sempre più dipendente dalle idee e dai personaggi dei comics americani, mentre all'alba del nuovo millennio erano proprio i videogiochi i re incontrastati di questa pratica. I videogiochi sviluppati per sfruttare le licenze più disparate hanno caratterizzato profondamente almeno due decenni della storia di questo giovane medium, arrivando persino a decretare la morte (fortunatamente soltanto apparente) dell'intera industria dell'intrattenimento elettronico. La grande crisi dei videogiochi del 1983, una storia prettamente americana, coincide e non casualmente con l'uscita del tie-in più atteso dell'epoca: il gioco ufficiale di E.T. L'extraterrestre, di cui le 5.000.000 di copie stampate da Atari finirono in larghissima parte invendute e successivamente sepolte nel deserto del Nuovo Messico (alcune di queste possono essere ammirate al museo dei videogiochi Vigamus, a Roma). Una seconda ondata di tie-in arrivò a cavallo degli anni ‘80 e ‘90, e come in passato in un primo momento le vendite andarono molto bene, fino a quando il sistema iniziò nuovamente a crollare su se stesso. Il circolo vizioso infatti si ripeté preciso al millimetro: una licenza poco costosa si trasforma in un successo che spinge i proprietari del brand ad alzare il prezzo delle licenze successive, erodendo lentamente il budget che i produttori di software possono permettersi di stanziare per lo sviluppo del gioco vero e proprio. La diretta conseguenza è una pioggia di prodotti dal nome altisonante ma sempre meno interessanti, se non del tutto scadenti, che a sua volta causa una progressiva perdita di fiducia e interesse da parte del pubblico, che nel 1983 si estese ai videogiochi tutti, invece che limitarsi ai peggiori come fortunatamente avvenne dopo.

Il trailer

Eppure, malgrado la loro nomea, i tie-in hanno sempre svolto un ruolo importante per i videogiochi: proporre prodotti che, nonostante la qualità altalenante, sono comunque capaci di intercettare un pubblico di giovanissimi impazienti di vestire i panni del mito del momento, dalle Tartarughe Ninja a Thor a seconda dell'epoca, che poi darà il via all'indispensabile ricambio generazionale dell'utenza. Forse è anche per colpa della loro momentanea scomparsa, resa ancora più indigesta dalla presenza di poche sensazionali eccezioni, che oggi il videogiocatore medio ha un età così alta. L'ultimo brusco stop è avvenuto dopo il fallimento commerciale del videogioco del film Avatar, di James Cameron, su cui Ubisoft fece anche un buon lavoro, ma chiaramente non abbastanza buono da invertire le sorti di una categoria di giochi che necessitava oramai di una lunga pausa di riflessione. Gli anni però passano e i gusti del pubblico come sempre sono ciclici: dopo Dragonball Fighter Z di Namco Bandai, arriveranno gli Avengers di Square Enix e lo Spiderman di Sony. Il meglio di questo ennesimo ritorno è che finalmente, anche grazie agli Skylanders, ai Batman di Rocksteady e agli altri pochi tie-in degni di questo nome usciti negli ultimi anni, chi produce videogiochi sembra aver imparato la lezione: il nome non basta e la qualità è un elemento imprescindibile, soprattutto se il pubblico è molto giovane.

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