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Amazon, sette anni di scontri sindacali in tutto il mondo

dopo il braccialetto

Amazon, sette anni di scontri sindacali in tutto il mondo

(Ap)
(Ap)

Una tempesta in un bicchier d'acqua. La storia del braccialetto brevettato da Amazon ha scatenato polemiche e preoccupazioni inattese e probabilmente ingiustificate. Tuttavia ha riaperto una ferita mai rimarginata: quella che riguarda l'azienda di Jeff Bezos e i dipendenti dei suoi magazzini infiniti. Una storia vecchia, questa, con il colosso di Seattle più volte finito nell'occhio del ciclone per le condizioni di lavoro non proprio ottimali. Ed è per questo che la notizia di un braccialetto in grado di tracciare gli spostamenti di ogni dipendente – poi rilevatasi gonfiata oltremodo – ha riacceso immediatamente i riflettori su Amazon.

La prima inchiesta
Le prime diatribe risalgono ormai a sette anni fa. Era il 2011 quando sulle colonne di The Morning Call compariva un'inchiesta sulle condizioni di lavoro in uno dei principali stabilimenti statunitensi di Amazon, quello situato nella Lehigh Valley, in Pennsylvania. Il racconto di alcuni dipendenti portava a galla turni di lavoro di dieci ore, il caldo infernale degli ambienti, pressioni e pause di pochi minuti. Situazioni tutt'altro che in linea con l'immagine di un'azienda che stava cambiando il mondo.

Le proteste nel cuore dell'Europa
Un paio d'anno dopo, nel 2013, il caso scoppiò nel cuore dell'Europa, e più precisamente in Germania. Un'altra inchiesta giornalistica portò a galla una situazione ai limiti del drammatico riguardante i dipendenti Amazon impiegati nel magazzino di Bad-Hersfeld, nell'Assia. Una polveriera. Si scoprì che la squadra di vigilantes assunta dall'azienda di Bezos aveva declinazioni naziste, e trattava i lavoratori come merce. Un episodio che portò indignazione in tutta Europa, e in Germania, per la prima volta, i dipendenti Amazon dei tre stabilimenti più importanti del Paese decisero di farsi sentire con numerose proteste. Tanto che alla fine di quell'anno Amazon non nascose di voler puntare con decisione sulla Polonia, nazione con salari notoriamente più bassi e tradizioni sindacali meno stringenti.

Sempre nel 2013 fu la BBC a dare un'altra spallata al colosso dell'eCommerce, con un giornalista che raccontò – dopo essersi infiltrato fra i dipendenti – le condizioni di lavoro poco umane dello stabilimento di Swansea, in Galles. Anche stavolta a finire nel mirino della critica gli orari di lavoro, i chilometri da percorrere e le pressioni dei capi.

L'inchiesta del New York Times
Più recente, invece, l'inchiesta del New York Times. Era il 2015 e il quotidiano pubblicò un reportage che metteva a nudo condizioni di lavoro ai limiti dell'immaginabile nei centri di smistamento americani: orari troppo dilatati, misurazione cronometrica dei dipendenti nell'evasione di un ordine, depositi senza aria condizionata, email ed sms fuori dall'orario di lavoro, denunce reciproche fra colleghi, maternità negate, lutti familiari ignorati. Una sorta di inferno, insomma. Un'inchiesta cruda, feroce, che portò Jeff Bezos a prendere una posizione, con una lettera nella quale scrisse: «Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei».

Gli scioperi in Italia
Il caso Amazon è scoppiato recentemente anche in Italia, con i dipendenti dello stabilimento di Castel San Giovanni (Piacenza) che nel 2017 hanno avviato un'autentica battaglia contro l'azienda, culminata nel primo e storico sciopero nel giorno del Black Friday (quando a scioperare sono stati anche i colleghi tedeschi). Anche nel nostro Paese le cause del disamore dipendenti-azienda sono riconducibili alle condizioni di lavoro nei magazzini e a salari discutibili. L'ultima grana scoppiata in Italia riguarda, però, il famigerato braccialetto elettronico. E a quanto pare è la meno fondata.

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