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«La normativa non basta servono più investimenti». Cosa…

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«La normativa non basta servono più investimenti». Cosa chiedono le startup alla politica

Ascolto istituzionale, visione di sistema e investimenti. Sono queste le principali esigenze emerse dal dibattito seguito alla presentazione del rapporto Scaleup Italy di Mind the Bridge. «È stato una sorta di grido di dolore sul supporto in chiaroscuro ricevuto in questi anni – dice Luigi Capello, ad Lventure Group – sicuramente è stato fatto uno sforzo normativo importante ma non basta. Il venture capital è la benzina per creare innovazione e il paese ha bisogno di innovare per progredire. Un'agenzia dell'innovazione che abbia un potere normativo ma anche di spesa potrebbe essere una soluzione auspicabile».

Oltre al chiaro è emerso, infatti, anche lo scuro. «Nessun fondo italiano ha track record, può cioè dimostrare che l’investimento in startup, adesso, faccia utili. Il tempo gioca contro di noi. E quando succede c’è solo una via d’uscita: rimettere in circolo il capitale della fiducia nell'Italia», dichiara Gianluca Dettori, executive chairman Primomiglio.

A cinque anni dalla task force ministeriale che ha dato il via alla legislazione per le startup, il bilancio non è positivo nemmeno per Salvo Mizzi, General Partner Principia: «occorre voltare pagina e comprendere che quello delle startup è un tema di interesse nazionale. Con 5 miliardi in cinque anni saremmo in grado di riprendere il passo degli altri paesi europei ed essere finalmente competitivi». Sulla necessità di un cambiamento culturale gli fa eco anche Marco Bicocchi Pichi. «Se non riusciamo a far comprendere ai nostri interlocutori che l'importanza dell'innovazione è un’istanza fondamentale per il nostro paese significa che abbiamo fallito», ammette il presidente di Italia Startup.

Per Invitalia, invece, gli investimenti rappresentano un passaggio successivo. «Per produrre innovazione servono tempo, semplicità, norme di vantaggio, fiscalità compatibile, capitale umano, pazienza, tenacia, riconoscimento sociale a chi lo fa, consapevolezza del valore prodotto. Infine i capitali. Non l’inverso», sottolinea Domenico Arcuri, ad Invitalia.

Davide Dattoli, ceo Talent Garden, la piattaforma europea per i talenti del digitale, individua invece tre criticità. «Adesso è il momento di investire in meno realtà ma dando loro una quota più elevata, puntare sulle competenze e partire dalla formazione, aiutare le startup a competere a livello internazionale perché non esiste solo il nostro paese, oggi viviamo in un mercato globale. In questo modo si possono creare quelle tre o quattro aziende che possono fare da traino all'interno sistema».

«L’equity è scuramente strategico per crescere ma anche gli investimenti istituzionali insieme ai fondi possono fare la loro parte. Oltre a questo una semplificazione degli iter burocratici e un maggiore legame tra università e mercato possono fornire un ulteriore sviluppo, per ripartire da quanto fatto in questi cinque anni», conclude Marco Gay, ad di Digital Magics.

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