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Oltre il caso Amazon: perché siamo già “controllati”…

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Oltre il caso Amazon: perché siamo già “controllati” dalle aziende

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Prima di Amazon, e dei suoi braccialetti, la catena di supermercati gourmet americana Whole Foods aveva già provato a ridurre le inefficienze organizzative con una soluzione tecnologica. Si chiama order-to-shelf (Ofs) e rischia di deludere le attese più avveniristiche: è un sistema online di gestione dell’inventario, dove i dipendenti si attengono a una procedura e vengono valutati attraverso scorescard (tabelle segna-punti) compilate dai responsabili dell'azienda. La novità ha entusiasmato l'azienda, che dice di averne guadagnato sui risultati.

Un po’ meno i dipendenti, stressati all’idea di finire sotto la soglia dell'89,9%: il punteggio minimo per evitare sanzioni che sfociano anche nel licenziamento. La tecnologia della Ofs, se si può definire così, è un esempio di come i dipendenti siano già controllati all'interno di alcune imprese, magari con soluzioni meno sofisticate di quelle ipotizzate da Amazon (che peraltro ha acquisito Whole Foods l’anno scorso per 13,7 miliardi di dollari). In genere si tira in ballo l’industria dell’internet of things, i dispositivi connessi alla Rete, ma le intrusioni - presunte o effettive - si nascondono in strumenti più ordinari. «Quando parliamo di sistemi “di controllo” intendiamo microfoni per comunicare in azienda, cuffie, visori per la realtà aumentata. È l’idea di braccialetto che fa impressione» sbotta Marco Taisch, docente della School of management del Politecnico di Milano.

Un mercato da 1 miliardo anche in Italia. Ma il lavoro è solo una parte
Di per sé il segmento dell’internet of things è una realtà che vale un miliardo di

euro solo in Italia (sugli 1,7 miliardi dell’industria 4.0) e sta crescendo a ritmi vertiginosi su scala globale, diffondendo le sue tecnologie tra manifattura, sanità, assicurazioni, retail. Le analisi di GrowthEnabler e MarketsandMarkets, due società di ricerca, hanno pronosticato che il volume d’affari salirà dai 157 miliardi di dollari del 2016 ai 457 miliardi di dollari del 2020. È vero che saranno le soluzioni B2B a dominarne l’ascesa, ma neppure i numeri più esorbitanti cambiano un concetto di fondo: il controllo sull’utente è già possibile con diversi dispositivi che appartengono alla famiglia dei wearable, i device indossabili che “catturano” dati sull’utente. Come orologi o appunto braccialetti, anche se il monitoraggio arriva da lontano.

«Anche quando un dipendente passa il badge in ingresso viene controllato - dice Taisch - O, per fare un esempio più diretto, quando un lavoratore si autentica su una macchina utensile tiene traccia di sé e di quanto ha fatto». Rispetto alle media, però, casi come quello di Amazon sono contestati perché la tecnologia assume un ruolo più attivo: i dispositivi non si limitano a incamerare dati ma “correggono” il dipendente, interferendo direttamente sulla sua attività. «Sì, ma in teoria questo serve ad aumentare la produttività - dice Taisch - Se il problema è quantificare il lavoro, si può fare anche calcolando il totale di email inviate». A volte, del resto, non serve neppure un supporto fisico. Le piattaforme di consegna di cibo e la stessa Amazon sono finite sul banco degli imputati per un’organizzazione del lavoro affidati ad algoritmi, i sistemi di calcolo che dividono automaticamente la giornata o assegnano compiti a seconda della disponibilità dei collaboratori.

Lo scoglio è normativo
Gli esperti di diritto del lavoro interpellati dal Sole 24 Ore spiegano che l’immaginario «da grande fratello» sul controllo tecnologico dei dipendenti si dovrebbe arrestare davanti a uno sbarramento normativo: l’articolo 4 dello Statuto dei lavori, dove si stabilisce che la «possibilità del controllo a distanza» dei lavoratori deve passare per un accordo con le rappresentanze sindacali o un’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. La violazione del principio rappresenta un illecito di natura penale, anche se la giurisprudenza dovrà adattarsi a tecnologie sempre più intrusive sulla privacy. Non solo nel mondo del lavoro: il «braccialetto» dà nell’occhio, ma il controllo potrebbe iniziare anche da un tablet o una carta di credito.

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