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Nello spazio a basso costo: la rivoluzione dei satelliti in miniatura

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Nuovo business a portata di aziende

Nello spazio a basso costo: la rivoluzione dei satelliti in miniatura

La settimana scorsa abbiamo assistito con emozione al lancio perfetto del Falcon Heavy, il nuovo razzo vettore di SpaceX, l'industria spaziale dell'effervescente Elon Musk, proprietario anche delle auto Tesla e di altre importanti imprese ultra innovative. Non è solo comunque, dietro di lui ci sono Boeing e Blue Origin di Jeff Bezos, di Amazon e anche altri. Tutte queste industrie private lavorano per darci l'autobus per andare nello spazio, a costi sempre inferiori. Questa è però solo una metà della rivoluzione della cosiddetta Space Economy che stiamo vivendo, l'altra è quella dei satelliti che, fin dai tempi dello Sputnik, sono gli oggetti che veramente fanno il lavoro: dalle telecomunicazioni al rilevamento delle risorse terrestri, dalla sorveglianza dei mari, oceani e atmosfera ai satelliti di posizionamento e tanto altro.

In questo secondo campo la rivoluzione in atto è potenzialmente ancora più forte che nel caso dei vettori, e sta cambiando in modo radicale, qualcuno dice distruttivo, sia il mercato sia l'industria spaziale diciamo tradizionale. Un ulteriore problema è che, senza una nuova regolamentazione globale, si rischia forte, secondo alcuni, nel campo della privacy dei cittadini.

Il punto è che da quando nel 1999, per una tesi di dottorato a Stanford, fu prodotto il primo CubeSat il mondo dello spazio è cambiato in modo radicale. Siamo infatti abituati a pensare, fin dai tempi dello Sputnik, ai satelliti come oggetti che hanno costi da centinaia di milioni, pesano diverse tonnellate e il loro lancio costa dai 50 ai 200 o più milioni di dollari, mentre oggi le dimensioni di un CubeSat, grazie alla miniaturizzazione, possono essere di 10 cm x 10 x 10 e avere un costo che va fra i 10 e i 20.000 dollari, pesare pochi kg, massimo 5, e trovare posto per il lancio in un qualunque razzo vettore di piccola o media capacità, a prezzo stracciato ovviamente, minore di quello di costruzione. In pratica questo permette a una qualunque industria, università, o addirittura scuola di una certa importanza, di costruirsi il proprio satellite per uno scopo particolare e lanciarlo in orbita: molte grandi società, come Google, Bayer e altre lo hanno fatto già senza problemi.

Dall'inizio dell'era spaziale si contano più di 40.000 satelliti lanciati in orbita, anche se attualmente ce n'è meno di 2.000 operativi. Ma quello che è importante ricordare è che sono previste, nei prossimi anni, costellazioni di centinaia di piccoli satelliti come quelli che abbiamo sommariamente descritto, soprattutto per le comunicazioni. Il cambiamento fondamentale che sta alla base di questa rivoluzione è che il modo in cui viene visto il satellite viene completamente rovesciato: se infatti ho un unico satellite, grande e costosissimo, devo essere meticoloso, anzi maniacale, nella costruzione prima e nel controllo poi. Un disastro infatti annullerebbe anni di lavoro, ingenti capitali e l'eventuale vantaggio che ho sulla concorrenza. Con le dimensioni, complessità e costi dei CubeSat è possibile ragionare all'incontrario, ovverosia lancio molti satelliti e se qualcuno va male pazienza: tanto lavoro in ridondanza e comunque spendo molto meno. Certamente con questi micro satelliti si rischia di aumentare il già notevole traffico in orbita bassa, e anche i residui in orbita, la cosiddetta spazzatura spaziale.

Si è parlato diverse volte di costellazioni di piccoli satelliti per uno scopo preciso, come per Facebook o Google, che hanno il problema di ampliare mercato e utenza portando la rete in ogni singolo centimetro quadrato del globo, ma non se ne è fatto molto fino ad ora. Ma con i CubeSat si va profilando per le imprese private un business molto diverso. Non solo vendere i propri dati, immagini terrestri in varie bande in sostanza, ma aggiungerci sopra algoritmi e intelligenza artificiale per creare altissimo valore aggiunto.

Il primo esempio è rappresentato dalla Planet di San Francisco, fondata nel 2010 da due ex dipendenti Nasa. Oggi Planet opera una sua costellazione di 190 satelliti. 172 sono CubeSat chiamati “Colombe”, 13 altri, più grandi, chiamati Skysat, sono stati ceduti da Google in cambio di una partecipazione azionaria; altri 5 sono di natura diversa. Sono in orbita attorno ai Poli terrestri continuamente a un'altezza di soli 500 chilometri; non oltre 30.000 km come i consueti grandi satelliti di osservazione della Terra. Questo permette di avere la stessa risoluzione spaziale con costi molti minori dato che, banalmente, sono più vicini al soggetto. Ogni satellite gira attorno alla Terra in 90 minuti e trasmette continuamente l'immagine che vede. In pratica, dato che la Terra ruota, ogni pezzo di suolo può essere osservato da queste piccole scatole da scarpe tecnologiche. Anche il modello di business post vendita di Planet è nuovo: infatti, quasi si trattasse di software per Pc, si incoraggiano altre start up a sviluppare applicazioni per i dati di Planet, sperando che una di queste trovi un modo di valorizzare ulteriormente i dati grezzi, rendendo più vendibili i 7 megabyte di immagini che produce ogni giorno la costellazione.

Una delle prime applicazioni, ad esempio, descritta nel sito della compagnia è della canadese Tanca e consiste nell'applicazione alle immagini di Planet di una dose massiccia di intelligenza artificiale, che permette all'applicazione sviluppata di scovare in modo assolutamente autonomo gli incendi in tutto il mondo, permettendo così sia operazioni di contenimento immediato nelle regioni più difficili da sorvegliare da terra sia di dare modo alle compagnie assicurative e ai governi di controllare eventuali, e frequenti, abusi.

I problemi non mancano, come sempre quando si apre un campo del tutto nuovo. Non c'è infatti una legislazione su questa materia accettata in tutti i Paesi. Si sono fatti negli ultimi 5 anni molti convegni ma non è cambiato nulla, fino ad ora, da quel lontano 1967, quando fu firmato almeno dai grandi Stati un agreement molto vago sul fatto che dello spazio occorreva fare il miglior uso per il bene dell'umanità. Per fare un esempio, negli Stati Uniti esiste una legislazione che non permette di andare a vedere dettagli sotto i 25 centimetri, ma non in altri Stati e questo vuol dire che posso prendere uno dei satelliti di Planet, che si attiene a questa regola, montare un’ottica e delle camere fotografiche diverse che permettano di arrivare ben più sotto i 25 cm di dettaglio minimo, con ovvi grossi problemi per la nostra privacy.

Infine: chi ci tutela da malintenzionati -ma anche ben intenzionati- che decidano di mettere insieme i dati dallo spazio da fonti private? Dati che diverranno sempre più copiosi, frequenti e differenti rispetto a quelli che da terra continuamente, volenti o nolenti, produciamo e diamo in pasto al Moloch dei Big data, usando la rete, i cellulari, le automobili ormai sempre più zeppe di elettronica, le carte di credito e chi più ne ha più ne metta. Il problema è sempre quello di riuscire a combinare i grandi benefici che tutte queste tecnologie ci danno con i pericoli orwelliani verso cui andiamo allegramente incontro, molte volte incoscientemente.

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