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Che ne è stato di FacilityLive, il motore italiano anti-Google

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Che ne è stato di FacilityLive, il motore italiano anti-Google

Sono giorni caldi sul fronte dei dati. Lo scandalo Facebook – Cambridge Analytica ha aperto scenari che per troppo tempo sono rimasti seminascosti. E oggi più che mai ci si chiede a che punto siano le tecnologie europee capaci di contrastare il dominio della Silincon Valley. Per rispondere, abbiamo posto tre domande a Giampiero Lotito, Ceo di FacilityLive, azienda pavese con oltre 100 dipendenti che sta sviluppando un nuovo concetto di motore di ricerca. Una società che vanta circa 40 milioni di euro di raccolta fondi da privati e che ha una company valutation di circa 225 milioni.
A che punto sono i lavori per una piattaforma di ricerca che possa essere del tutto europea?
«Sono più avanti di quello che si potrebbe percepire. Una generazione di tecnologie più avanzate delle precedenti e più incentrate sull'uomo che sugli algoritmi sta emergendo in Europa. La creazione di business model innovativi è tra le principali sfide del prossimo decennio. Non va dimenticato che proprio i nuovi business model (ad esempio quello della raccolta pubblicitaria diffusa e a basso costo) hanno consentito a Google, Facebook & C. di diventare i giganti di adesso. In questo senso una piattaforma di ricerca europea potrebbe consentire alle aziende, ai territori e agli individui di costruirsi il proprio motore di ricerca o meglio di controllare il loro accesso alle informazioni in modo più diretto e consapevole. D'altronde, la Google generation (intesa come non solo i motori di ricerca, ma anche social ecc.) che oggi è al massimo della potenza, ha anche oltre vent'anni. Il mondo si evolve, e cammina anche per loro. Come oggi non siamo alla tv degli anni Sessanta, Ottanta o Duemila, non saremo per sempre solo davanti ai motori di ricerca degli anni Novanta o ai social network degli anni Duemila. Nuove sfide sono possibili, e l'Europa esprimerà nei prossimi dieci anni i suoi primi giganti, come ha già fatto l'Asia. Il caso Spotify di questi giorni è emblematico. L'accesso alle informazioni è la nuova frontiera, esattamente come la search lo fu tra gli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila. E noi di FacilityLive stiamo lavorando per essere parte di quei potenziali protagonisti del futuro».
Cosa ci insegna lo scandalo Facebook - Cambridge Analytica?
«Il principale insegnamento è essere più vigili e più critici rispetto al disincanto con cui i giganti della rete sono stati accolti e trattati per lungo tempo. Un po' è stato considerato scontato e ineluttabile che nascessero e si sviluppassero senza regole e scenari propri di qualsiasi economia o società moderna. Ve l'immaginate una sola tv che trasmette notizie per tutto il mondo? O un solo giornale, per giunta scritto dai lettori, che diffonde notizie ovunque sulla Terra? Impossibile pensarlo anche solo per un attimo. Eppure, accettare un solo social network dominante, un solo motore di ricerca ubiquitario, un solo gigante dell'e-commerce sono sembrate cose quasi naturali. Il motivo c'è, ed è duplice: per prima cosa l'industria digitale è stata trattata troppo a lungo come un'industria verticale, senza capire la dimensione del suo impatto sociale trasversale, su tutta l'economia e la vita quotidiana, fino a quando non ha toccato nel profondo la vita di tutti i giorni, dalle elezioni alla nostra vita privata. Il secondo è stato non credere per troppo tempo che fossero possibili alternative, per esempio europee, che avrebbero oltretutto garantito all'industria tecnologica del nostro continente il grado di leadership necessario. Per far questo, bisogna favorire (e parlo dei governi, delle istituzioni europee, come accadde per il governo americano negli ultimi decenni del secolo scorso) prima la nascita dei pionieri, come nella Silicon Valley degli anni Ottanta accadde per Apple, Microsoft, Oracle, Cisco, Adobe ecc., o come sta accadendo in Asia per Alibaba, Baidu, Tencent ecc. Poi va sfruttata la loro azione di “traino” sul resto dell'industria.
Ecco, se una lezione forte può darci quello che è successo è capire l'importanza di avere più comprensione dei fenomeni in corso, risalendo alle cause e alle potenziali conseguenze e non solo agli effetti dopo che si sono manifestati. Seguita dalla consapevolezza della necessità di avere alternative nella scelta. L'educazione che può provenire dai media, in questo senso, è fondamentale».
In Europa è il tempo di GDPR e Web Tax. Che idea si è fatto?
«Che siano due provvedimenti necessari e utili è fuori discussione: fondamentale diventa la logica con cui verranno applicati e corretti nel tempo, poiché si tratta di due “prime volte” che sicuramente subiranno dei miglioramenti in corsa. Sono due potenziali “equilibratori” del mercato e della competizione, se consentiranno effettivamente di combattere ad armi pari tra aziende europee e non. Per il GDPR, il vantaggio è tenere sotto controllo derive come i recenti problemi legati al caso Cambridge Analytica. Il rischio è che una regolamentazione troppo stringente possa creare problemi anche all'utilizzo “sano” delle informazioni personali, come nel caso della ricerca scientifica per la cura delle malattie, che potrebbe essere rallentata da un accesso più difficile. A Bruxelles c'è chi parla di “donazione dei dati alla ricerca”, come si fa per gli organi, se si dovesse manifestare questo pericolo. La Web Tax ha il vantaggio di restituire, al territorio dove si genera, fiscalità che può tradursi in posti di lavoro nel tempo. Il rischio è un'applicazione “asimmetrica”, non uguale in tutti i paesi, e soprattutto una misura non resa strutturale, quindi, ad esempio, con tassazione sui profitti e non sulle revenues. Quest'ultimo passaggio però richiede tempo e probabilmente non sarà affrontato da questa commissione ma dalla prossima che sarà votata nel 2019. Un set di regole però che elimini “disinvoltura” e competizione “asimmetrica” è necessario se vogliamo veder emergere nei prossimi dieci anni i primi giganti europei. In questo senso il caso Spotify, con la terza quotazione della storia digitale per valore, è incoraggiante. Stando attenti a una cosa, per adesso sottovalutata e poco percepita, ma che è costantemente confermata dalle ricerche sulle abitudini degli utenti effettuate nell'ultimo anno: l'atteggiamento del popolo della Rete sta mutando, sta diventando più consapevole e attento, e sempre più sono quelli che limitano la diffusione delle loro informazioni in rete e usano con più consapevolezza quello che viene messo a disposizione. Questa è un'onda lunga che potrebbe ulteriormente favorire l'emersione di una nuova generazione tecnologica, questa volta a partire dall'Europa prima che dalla Silicon Valley».

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