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Esiste una via europea all’economia data-driven? Il dato è…

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Esiste una via europea all’economia data-driven? Il dato è un bene comune

Vecchie nevrosi da Vecchio continente. L’Europa è fatta così. Siamo una eccellenza nella ricerca scientifica, abbiamo una industria manifatturiera tra le più avanzate al mondo e gli investimenti in r&d delle nostre aziende più innovative competono con quelli di Cina e Stati Uniti.

Eppure, nessuna delle prime 15 società al mondo è europea, i nostri unicorni, cioè le imprese con una valutazioni superiore al miliardo sono un quarto di quelle statunitensi e la metà di quelle cinesi e infine, il capitale di rischio è cinque volte più basso di quello speso in Silicon Valley. Come dire, lassù, nell’Olimpo dei grandi che muovono l’economia, non ci siamo.

La tecnologia made in Europa perde pezzi (Nokia, Arm, ecc) e conta sempre meno. Sicuramente non sembra in grado di competere con l’innovazione e le economie generate dalle grandi piattaforme digitali. Come uno spettro sull’Europa, sono i giganti del Web ad aver cambiato le regole del gioco. Il cosiddetto Gafa (Google, Amazon, Facebook e Apple) è ovunque.

«Paradossalmente è così ma adesso con la Gdpr e la nuova normativa sulla gestione dei dati devono giocare con le nostre regole», osserva soddisfatto Eric Leandri, presidente di Qwant, piccolo motore di ricerca francese che sta cercando di competere con Google proprio usando una gestione dei dati personali diversa per attirare inserzionisti. «Noi semplicemente non tracciamo i nostri utenti, siamo convinti che la privacy sia un valore e che si possa generare business utilizzando i dati in modo diverso. Sicuramente è così in Europa per questioni anche culturali che riguardano il nostro modo di intendere la persona. Per gli americani non è così», sorride il manager francesce. Però, per ora, Qwant si accontenta delle briciole (il 4% in Francia, l’1% in Italia) di un mercato che va tutto o quasi a Google. Come dire, non c’è gara. «Va detto però che è così prevalentemente nel consumer - osserva -. Nel b2b, nei servizi alle aziende esiste ancora una industria tecnologica europea».

La Gran Bretagna ha il maggior numero di aziende hi-tech sopra il miliardo di dollari. Come Asos (online retailer), Global Switch (data center), Deliveroo (cibo a domicilio). La Germania ha giganti del calibro di Sap, Informatica, Zalando, 1&1 Internet e varie altre tra cui Volkswagen che investe in ricerca e sviluppo più di Google. E poi ci sono le startup. Da Deliveroo a Just Eat, da Farfetch passando per il fashion marketplace inglese Improbable e arrivando alla spagnola Cabify. Quest'ultima, in particolare, è per ora l'unica startup europea, della decina in tutto il mondo, ad aver guadagnato lo “status” di unicorno nel 2018. Alcune di loro sono passate già di mano. Come Supercell (Finlandia), comprata di recente all'80% dalla cinese Tencent. O Shazam, acquistata recentemente da Apple. Nulla di anomalo, si spiega tutto con la normale fisiologia del mercato. Tuttavia, se si uniscono i puntini dei nuovi emergenti europei il disegno appare confuso, senza una direzione più alta dei piani di politica industriale nazionali.

Il debutto alla Borsa di New York di Spotify è stato vissuto come un momento di riscatto. L’azienda è svedese e finanziata da venture capital europei. Ma dietro il motore tecnologico del servizio di musica in streaming più popolare del mondo ci sono sempre loro. Nello specifico gli svedesi si appoggiano ai servizi di BigQuery di Google.

C’è chi dice che ormai è tardi, il treno del digital è perso perché non abbiamo capito internet. E che la sfida con le grandi piattaforme digitali è persa in partenza. «Persa non solo nei confronti dei californiani - osserva Thomas Husson, uno dei più ascoltati analisti dell’agenzia di ricerca Forrester -. Aggiungerei alla lista dei vincitori anche Baidu, Alibaba e Tencent».

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale (Ia) le cose non potranno che peggiorare. «Tutti investono miliardi di dollari in Ia e big data, mentre nella migliore delle ipotesi le aziende europee come Bosch investono 300 milioni di euro in Ia. C'è spazio per una piattaforma di Ia industriale - sottolinea - come Siemens o Bosch, ma la battaglia è molto dura e incerta». Come dire, fatto salvo il manifatturiero, finché i dati resteranno in mano a pochi gruppi l’Europa rischia di diventare ancora più marginale. Come sostiene Evgeny Morozov potrebbero restarci cinque o dieci anni. Una volta che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale saranno addestrati a dovere, il terreno di confronto diventerà il loro utilizzo e non più l’accesso alle banche dati. In altre parole, nascerà un mercato di servizi di nuova generazione aperto a tutti ma chiuso dentro a server di proprietà . Un mercato da cui rischiamo di rimanere esclusi.

Un campanello d’allarme è stato suonato proprio alcuni giorni fa dal presidente francese Emmanuel Macron che ha messo sul piatto un miliardo e mezzo da qui al 2022 sull’Ia. «Il recente scandalo di Facebook è un buon modo per aprire gli occhi. Agirà come “Fukushima dei big data” o la gente se ne dimenticherà e lo ricorderà come uno dei tanti scandali legati alla privacy e alla sicurezza?», si domanda Thomas Husson. Una risposta la prova a dare Morozov ricordando che il trattamento dei dati personali che sono raccolti dalle grandi piattaforme va discusso a livello politico e non solo sul piano fiscale attraverso la web tax o misure che servono per fare cassa ma non per innovare. Quella proposta dal sociologo bielorusso è considerare i dati personali come un bene comune. Che in quale tale va tutelato, anche sul piano politico. Un mondo nuovo. Un mondo da nuovo continente.

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