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Startup: l’Italia dell’Internet of things non cresce

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Startup: l’Italia dell’Internet of things non cresce

Se gli oggetti risultano già connessi le startup non lo sono ancora del tutto. Proprio in Italia il mercato dell’Internet of Things nel 2017 è cresciuto del +32%, arrivando a toccare i 3,7 miliardi di euro. Ma fatica a decollare sul fronte startup, restando a stretto appannaggio dei grandi player hi-tech e delle multinazionali. Ad oggi le startup nostrane censite sono 99, per la metà dei casi finanziate da investitori istituzionali. Il capitale raccolto complessivo si attesta a 11,2 milioni di euro nel 2017, registrando una contrazione del 2% rispetto all’anno prima.

Solo un timido 14% riesce ad ottenere investimenti superiori al milione di euro. Ma per farlo deve bussare alle porte dei venture capital internazionali, americani in testa. A fotografare il fenomeno è l’osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, nato nel 2011 e che oggi aggrega 46 aziende. «In Italia il treno dell’innovazione per le startup dell’Internet delle Cose procede a rilento, ma c’è da registrare una difficoltà che coinvolge tutta l’Europa», afferma Giulio Salvadori, direttore dell’osservatorio IoT del Politecnico.

Intanto i numeri mondiali dell’innovazione raccontano una crescita esponenziale, cavalcata sempre dagli Stati Uniti: sono 606 le startup globali esistenti, con una raccolta di 4.8 miliardi nel 2017 per 426 realtà. Un dato che segnala un +30% rispetto al 2016. Tra i round più significativi con 200 milioni di euro c’è la californiana View, con la sua finestra intelligente che favorisce al meglio la luminosità.

C’è da dire che il campo da gioco è affollato, presidiato già da grandi attori internazionali e che operano in una logica egemone. «Si registra una maggiore complessità nel fare innovazione perché l’arena competitiva è complessa e con colossi globali. D’altronde ci sono gli Over the Top internazionali che dominano la scena, impegnati in una costante campagna acquisti per le startup più promettenti», precisa Salvadori.

È il caso di Ring, protagonista di una raccolta da 109 milioni di dollari e poi acquisita da Amazon per 1 miliardo. C’è poi Argo AI, presa da Ford per una cifra analoga. Silver Spring Networks oggi è in casa del colosso energetico Itron, acquisita per 830 milioni di dollari. Intanto alcune eccellenze italiane hanno scelto di sbarcare sui mercati internazionali. Anche perché è da lì che attingono investimenti. Tra tutte si distingue Empatica, fondata da un team prevalentemente italiano capitanato da Matteo Lai: oggi il braccialetto da polso hi-tech pensato per le persone affette da epilessia ha avuto l’autorizzazione dall’ente americano FDA per il suo utilizzo.

C’è poi Emoj, startup anconetana incubata dall’Università Politecnica delle Marche e che misura in tempo reale le emozioni degli utenti nel punto vendita. E ci sono anche Wib, Sofia, Neosurance.

Il futuro è legato alle capacità infrastrutturali: si espandono le cosiddette “low power wide area”: si tratta di reti a bassa potenza e ampio raggio utilizzate per connettere gli oggetti. A queste si affiancano le sperimentazioni sul 5G. Ed evolvono anche le strategie sui dati raccolti dagli utenti, con nuove soluzioni per la privacy. Gli investimenti si concentrano sulla “smart home”: la casa intelligente registra un traino per tutta la filiera grazie alla vendita degli assistenti vocali chiamati speaker. «Ma a crescere è anche l’auto connessa, con un coinvolgimento attivo dell’industria delle tlc. E poi in Italia la scommessa è sulla fabbrica intelligente, spinta dagli incentivi dell’Industria 4.0», afferma Salvadori. Ma per far scalare il comparto è necessario alfabetizzare gli utenti. E connettere le persone, non solo gli oggetti.

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