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La finanza a impatto sociale verso i 400 milioni in tre anni

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La finanza a impatto sociale verso i 400 milioni in tre anni

(Bloomberg)
(Bloomberg)

I capitali ci sono, mentre la domanda scarseggia. Questo è il paradosso italiano dell’impact investing, l’investimento in attività di impresa, organizzazioni e fondi che abbiano – accanto al ritorno finanziario – un impatto sociale misurabile. In Italia a fronte di capitali impact per 210,5 milioni di euro – che potrebbero salire a 400 in tre anni – si stima ci siano appena 627 imprese sociali pronte ad accogliere investimenti. Imprese che hanno asset totali immobilizzati pari a 207 milioni. Mettendo i pesi sui piatti della bilancia, la dimensione dei capitali è maggiore rispetto al patrimonio delle imprese sociali. I dati - che saranno presentati oggi a Milano alla sede del Sole 24 Ore - sono contenuti nel Social Impact Outlook. «Emerge una sovrabbondanza di capitali – spiega il professore Mario Calderini, coordinatore di Tiresia che ha curato lo studio – che può risolversi in due modi. Da un lato far crescere, attraverso la capacity building, le opportunità di investimento nel terzo settore imprenditoriale. Dall’altro il profit con un orientamento sociale si candiderà naturalmente ad accogliere questi capitali».

Il Social Impact Outlook - elaborato dal centro di ricerca del Politecnico di Milano - ha preso in esame 46 istituzioni finanziarie (banche, sgr, fondi), e 3.753 tra cooperative sociali, imprese sociali ex lege, startup a vocazione sociale e società benefit. L’impact investing italiano sta uscendo dalla nicchia per diventare mainstream, con volumi crescenti. E se 210,5 milioni di asset under management rientrano nella definizione più stretta di impact – di cui il 23% nella categoria finanziamenti (debito) e il 77% nella categoria investimenti (equity) – ammontano a 1,5 miliardi quelli nella categoria impact, che salgono a 6,5 miliardi in quella almost impact, includendo una parte della mondo della finanza sostenibile.

A fronte di questo interesse, Tiresia ha stimato la domanda. Proiettando il proprio campione sull’intera popolazione delle 9.382 imprese a impatto sociale sono appena 98 quelle ad altissimo livello di investment readiness che potrebbero diventare 627 nel breve periodo. Queste risultano dalla valutazione di diverse dimensioni. Per quanto riguarda la gestione degli intangibili e la tecnologia, la combinazione di diverse caratteristiche, tra cui l’avere strumenti e politiche di gestione del capitale intellettuale, dei marchi, della proprietà intellettuale e delle competenze tecnologiche, consente di individuare 2.321 (su 9.382) imprese sociali. Sono 4.442 invece le realtà che presentano approcci strategici evoluti, che perseguono strategie di crescita strutturate, coinvolgono i beneficiari nella progettazione del prodotto o servizio e misurano l’impatto sociale. Per quello che riguarda la complessità organizzativa, sono 720 le realtà che possiedono una governance inclusiva, una gerarchia strutturata e risorse umane con competenze gestionali. Infine tenendo conto della predisposizione al ricorso a fonti finanziarie esterne, alla natura della prima fonte di ricavi e al livello di sovrapposizione tra clienti e beneficiari, le organizzazioni con elevata predisposizione al mercato sono 2.421.

Una delle caratteristiche che contraddistingue l’impact investing è la misurazione dell’impatto sociale. «Manca però un golden standard – aggiunge Calderini– A fronte del rischio che l’impresa sociale si snaturi per assecondare i capitali, è necessario un vincolo di missione d’impresa definito ex ante. La garanzia che la negoziazione sia consapevole sta nella parità dei giochi di forza. Vale a dire pari competenze tra chi finanzia e chi è finanziato».

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