Tecnologia

«Il paradosso delle startup italiane? Mancano fondi per le…

  • Abbonati
  • Accedi
Startup

«Il paradosso delle startup italiane? Mancano fondi per le scaleup»

(AdobeStock)
(AdobeStock)

Nel mirino ora entrano le scaleup, le startup più promettenti. Ed era ora. Sergio Buonanno ha le idee chiare. Da due mesi è il nuovo amministratore delegato di Invitalia Ventures, la Sgr del gruppo Invitalia che gestisce il fondo “Italia Venture I”. Parliamo del più importante fondo di co-investimento i cui capitali provengono dal ministero del Tesoro, per una parte, e una parte dagli investitori istituzionali. «Stiamo inziando a ragionare su startup più consistenti - racconta a Il Sole 24 Ore -. Per dirla in modo più diretto guardiamo a round B con investimenti di taglio superiore dai 2 ai 7 milioni di euro».

Quella che in termini tecnici è definita la fase di expansion è il grande buco nero dell’ecosistema italiano. Registriamo in termini percentuali molto seed capital da parte dei venture capital che preferiscono “fertilizzare” il mercato con investimenti di piccolo taglio. E poche, pochissime grandi operazioni per aiutare le startup che già hanno un fatturato, per quanto piccolo, e puntano ad allargare il loro mercato. «Io lo chiamo il paradosso italiano - riflette Buonanno -. In Italia ci sono numerosissime piccole startup finanziate nelle loro prime fasi di vita. Ma abbiamo anche buone società che cominciano ad avere numeri interessanti. Quello che non vediamo sono gli operatori italiani interessati alle scaleup. Rispetto all’estero c’è una carenza di questi attori».

Secondo il manager che negli ultimi dieci anni ha ricoperto il ruolo di responsabile di team di investimento , ciò che distingue il nostro Paese è proprio la mancanza di fondi specializzati nella fase di espansione di una startup.

C’è forse un problema di qualità delle startup italiane? «Non credo. Anzi, forse è proprio il contrario - sottolinea -. Il problema è che quando cominciano a funzionare davvero il round di finanziamento finiscono per cercalo all’estero. Vogliamo provare a cambiare. E ci riusciremo. E questo anche grazie al lavoro che è stato fatto finora».

Sedici aziende in portfolio; 11 miloni investiti dal Fondo Italia Venture I e 32 milioni il valore complessivo dei round in cui Invitalia Ventures ha partecipato. Tutto sotto la gestione di Salvo Mizzi che ha lasciato il posto a Buonanno. Ora l’altra direzione verso cui guarderà il manager è quella delle Pmi innovative: «L’Italia - aggiunge - è ricchissima di piccole aziende che si sono ricavate una nicchia di mercato con tecnologia e innovazione. Hanno il peccato d’origine di essere trascurate dal private equity per questioni di dimensione e dal venture capital perché non scalabile o senza un business disruptive, come si dice in gergo. Su queste Pmi vogliamo investire».

La terza direzione a cui guarda Invitalia è infine il Sud. Di pochi giorni fa è l’annuncio di centocinquanta milioni di euro per favorire la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno. Il fondo di investimento mobiliare chiuso ha una durata di 12 anni ed è finanziato con risorse a valere sul Fondo per lo sviluppo e per la coesione, a cui potranno aggiungersi sottoscrizioni da parte di altri investitori, come già accaduto per Italia Venture I, il fondo di venture capital gestito dalla stessa SGR.

L’obiettivo è rafforzare e sostenere la competitività delle aziende che producono in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e stimolare così operazioni di private equity nel Meridione.

Le operazioni sono rivolte ad imprese, con ricavi per almeno 10 milioni di euro, operanti soprattutto nei settori con alto potenziale di sviluppo, tra cui: agrofood, meccatronica, healthcare, turismo, moda e lifestyle.

© Riproduzione riservata