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Nuove accuse per Facebook: ha fornito un accesso speciale ai dati ad alcune…

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il datagate non finisce

Nuove accuse per Facebook: ha fornito un accesso speciale ai dati ad alcune aziende

Uno scandalo dietro l'altro. Il 2018 orribile di Facebook continua, con nuove inchieste che mettono a nudo una fragilità aziendale che nel corso degli anni ha prodotto criticità evidenti nella gestione dei dati. Un susseguirsi di eventi che, dopo il caso Cambridge Analytica, alimenta ulteriormente i dubbi sulla società di Menlo Park e sulla condotta del Ceo, Mark Zuckerberg.
Nell'ultima settimana erano esplose due nuove grane, sempre relative alla gestione dei dati degli utenti. E Facebook era finita nel mirino per aver condiviso le informazioni degli iscritti prima con i big della telefonia mondiale, poi con quattro società cinesi (Huawei, Lenovo, Oppo e TLC).

Ora, però, un'inchiesta del Wall Street Journal getta benzina sul fuoco. Il social network più grande al mondo stavolta è accusato di aver concesso una sorta di corsia preferenziale ad alcune aziende, fornendo loro un accesso esteso e speciale dei dati (fra cui liste di amici, gradi di parentela, numeri di telefono). Un fatto che la stessa Facebook, messa alle strette, è stata costretta a riconoscere.

Per un certo periodo di tempo, l'azienda di Zuckerberg ha fornito ad alcune aziende “amiche” l'accesso ai dati degli utenti, nonché quelli relativi ai loro amici. Il tutto grazie ad accordi, chiamati “whitelist”, posti in essere nonostante Facebook avesse già cambiato la sua policy di accesso ai dati di terze parti, rendendola più restrittiva.

Fra le aziende che hanno ricevuto questo trattamento speciale ci sono Royal Bank of Canada e Nissan Motor Co. E le ragioni non sono chiare. Facebook, da parte sua, si è limitata a far sapere che si è trattato di accordi «estremamente brevi» e già conclusi. E che i dati non sono stati condivisi in cambio di qualcosa. Secondo Menlo Park gli accordi di condivisione dei dati con RBC, Nissan e altri erano in linea con la soluzione del 2012 della Federal Trade Commission, che prevedeva che la società dovesse dare agli utenti un chiaro avviso e ottenere il loro consenso prima di condividere le informazioni al di là delle loro impostazioni di privacy. Eppure, fra gli esperti di privacy i dubbi sulla reale comprensione degli utenti di quanto stesse accadendo sono pesanti. Per David Vladeck, direttore del Federal Trade Commission's Consumer Protection Bureau dal 2009 al 2013 (oggi professore di Georgetown Law), qualsiasi accordo concluso dopo il 2012 potrebbe essere in violazione alle norme della stessa FTC.

Un altro neo per Zuck
A prescindere dallo spigoloso risvolto legale, ciò che emerge da questa storia è l'ennesima incongruenza fra l'operato di Facebook e le parole del suo Ceo. Durante la sua testimonianza davanti al Congresso Usa, infatti, Mark Zuckerberg ha ribadito che il trattamento dei dati degli utenti (e in particolar modo l'accesso alle informazioni degli amici) è stato reso molto rigoroso a partire dal 2014, con un periodo concesso agli sviluppatori per adeguarsi che è scaduto nel maggio 2015. Oggi, però, la storia delle “whitelist” dice il contrario, poiché ad alcune aziende è stato concesso un accesso più consistente ai dati anche dopo il maggio del 2015. E che sia successo per un breve periodo o per molto tempo, ha poco senso. Perché il tema centrale, adesso, è ancora la neutralità. Facebook potrebbe non essere stata una piattaforma neutrale, concedendo a poche aziende un accesso più ampio ai suoi data center. E nonostante le smentite di circostanza, è molto probabile che Zuckerberg sarà presto chiamato a spiegare il perché di questa mossa.

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