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Endeavor Catalyst punta sull’Italia Titolo Endeavor Catalyst pronto al…

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Endeavor Catalyst punta sull’ItaliaTitolo Endeavor Catalyst pronto al rilancio

Fino a 120 milioni di dollari, 76 investimenti in 21 Paesi nel mondo dall’America latina all’Asia sud orientale. Sono i numeri di Endeavor Catalyst, fondo di venture capital della Silicon Valley che fa capo all’associazione non profit Endeavor. Sbarcato in Italia due anni fa, e con già quattro investimenti in startup italiane all’attivo (Talent Garden, Empatica, MoneyFarm, Supermercato24), oggi il fondo guidato da Allen Taylor si prepara a fare nuovi investimenti nel nostro Paese. «Attualmente – spiega il managing director – stiamo investendo dal nostro secondo fondo dal valore di 85 milioni di dollari, una parte dei quali saranno dedicati anche alle startup italiane. Non abbiamo ancora previsto un ammontare preciso di capitale per il vostro Paese, però suppongo che nei prossimi anni realizzeremo almeno 4 o 5 finanziamenti e quindi investiremo probabilmente una cifra compresa tra i 5 e i 10 milioni di dollari». I fondi andranno a imprese innovative, con business scalabili, che intendono passare dalla fase di startup a quella di scaleup e che Endeavor Catalyst selezionerà sulla base della «qualità e dell’ambizione dei fondatori, nonché del loro track record, e della dimensione delle opportunità che quel business potrebbe aprire». In generale, precisa il manager, Endeavor Catalyst è aperta «a investire in molte industries anche se la nostra top five è rappresentata da: software e servizi aziendali; servizi di vendita al dettaglio e di consumo; fintech; healthcare e healthtech; istruzione ed edtech».

In Italia il fondo conta di trovare buoni esempi per ognuno di questi settori perché non è certo la capacità di fare impresa ciò che manca, secondo Allen Taylor, agli startupper italiani. A penalizzare l’ecosistema dell’innovazione è piuttosto, secondo lui, il fatto che «ci sono ancora pochissimi esempi di startup di successo che crescono fino a diventare scaleup capaci di fare una Ipo o una grande exit». Non si tratta però di un problema solo italiano o del sintomo di una particolare fragilità del settore nel nostro Paese. Il fatto che siano ancora poche le imprese che riescono a scalare è infatti secondo Allen Taylor «un fatto fisiologico che fa parte della natura stessa delle startup e non riguarda solo l’Italia. La difficoltà di passare dalla fase di startup a quella di scaleup riguarda tutti i Paesi, Silicon Valley compresa. Non dimentichiamo infatti che, in tutto il mondo, la maggior parte delle startup fallisce perché si tratta di business ad alto rischio. Perciò il fatto che siano solo una minoranza quelle che ce la fanno è un problema comune». Ciò che invece penalizza davvero il nostro Paese, partito in ritardo rispetto ad altri, è il fatto che mancano ancora «esempi di successo da seguire e a cui ispirarsi». Una condizione che a detta del manager «toglie spinta e visione alle altre startup e condiziona la capacità di tutto l’ecosistema di crescere e di scommettere su se stesso». E tuttavia l’Italia è uno dei Paesi su cui il fondo intende scommettere di più perché – spiega Taylor - dopo anni di prove e di esperimenti più o meno «è pronta per fare grandi cose e si percepisce uno slancio positivo da parte di tutto l’ecosistema». Un’energia che arriva sia dalle startup che dagli investitori a cui Allen Taylor rivolge però un consiglio: «I grandi investitori si misurano da come si comportano con i loro imprenditori quando le cose si fanno più complesse».

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