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Dalla Calabria a Copenaghen: la storia vera di Marco Carbone, l’Oscar italiano dell’informatica

Assieme al Turing Award, il premio dei “Principle Of Programming Languages” è considerato una specie di Oscar dell'informatica, assegnato a chi riesce a creare i migliori nuovi linguaggi di programmazione. Riuscire a conquistarlo con una pubblicazione rivoluzionaria è il sogno proibito di ogni studioso, che apre le porte alle cattedre delle più prestigiose università statunitensi. Solo due italiani sono riusciti a ottenere questo ambito riconoscimento: il primo è stato Luca Cardelli, oggi ricercatore nella sede Microsoft di Cambridge.

Il secondo italiano a conquistare il premio è Marco Carbone, nato 41 anni fa a Varapodio, un paesino a 35 chilometri da Reggio Calabria: lo scorso gennaio con il suo paper “Multiparty Asyncronous session types” si è aggiudicato il “Most Influential POPL Paper Award 2018” a Los Angeles. Come recitano le motivazioni del premio, “questo lavoro ha ispirato numerosi autori (...) influenzando anche aree di ricerca”.

Peccato che Marco non insegni in Italia da dove se n’è andato 17 anni fa. Oggi è docente in Danimarca, anzi responsabile del Master in Computer Science dell’IT University of Copenhagen, ateneo giovane e dinamico specializzato nell’informatica. L’abbiamo incontrato tra le immense vetrate del futuristico edificio che ospita l’ateneo, nella capitale danese. Ecco la sua storia.

Ciao Marco, iniziamo con due parole sulla tua famiglia e il tuo curriculum di studi...
«La mia è una famiglia semplice: mio padre lavorava alle Poste, mia madre era insegnante alle scuole medie. Ora entrambi sono in pensione. Io dopo il liceo scientifico sono partito per Pisa dove mi sono laureato in informatica, ma un’esperienza Erasmus ad Amsterdam è stata per me illuminante: in quel momento ho deciso che avrei voluto trasferirmi all’estero».

Ti fermo subito: perché in tempi non sospetti, ovvero prima della crisi, hai scelto di vivere al di fuori dell’Italia?
«Ero - e tuttora sono - affascinato dal modo di vivere dei Paesi del Nord. Allora avevo una fidanzata inglese, ed ero preso dalla voglia di provare a vivere all’estero, e non come studente Erasmus (che è bello, ma diverso). Ad Aarhus, la seconda maggiore città della Danimarca, c’era una delle migliori scuole di dottorato in informatica teorica in Europa (Basic Research in Computer Science). Feci domanda, mi presero, accettai immediatamente. Era il 2001. Ad Aarhus ho conosciuto una ragazza danese che oggi è diventata mia moglie. Dopo il dottorato mi sono spostato a Londra per un “postdoc”, all’Imperial College e alla Queen Mary, dove nel 2008 assieme ai colleghi Kohei Honda e Nobuko Yoshida ho scritto il paper che quest’anno si è aggiudicato il premio dei “Principle Of Programming Languages”. Il riconoscimento viene infatti consegnato a dieci anni dalla pubblicazione scientifica, considerando il numero di citazioni (nel nostro caso al momento sono più di seicento) e l’influenza progressivamente esercitata dal paper sulla comunità scientifica».

Dopo Londra perché hai scelto di tornare in Danimarca?
«Con mia moglie ci trovavamo a un bivio: tornare in Italia o fare rotta sulla Danimarca. Abbiamo scelto la seconda strada. A Copenhagen, all’età di 31 anni, ho trovato subito un posto come docente associato all’IT University, grazie a un mio esaminatore della tesi di dottorato dell’epoca di Aarhus, che era diventato docente qui. Dal 2014, dopo appena cinque anni come docente, sono diventato responsabile dell’intero Master in Computer Science».

Com’è l'università danese rispetto a quella italiana per un docente e per uno studente?
«Difficile fare un paragone preciso, in quanto sono stato solo studente in Italia e solo docente in Danimarca. Le cose che si notano di più sono tre. Innanzitutto, la pochissima distanza tra studenti e docenti: è normalissimo farsi una birra assieme il venerdì sera, magari anche con il rettore. In secondo luogo, qui è normale avere fiducia nei giovani, dando loro responsabilità molto presto, all’inizio della carriera. Inoltre nelle università danesi c’è meno teoria e tanta pratica: si impara facendo progetti insieme, in gruppo; e si interagisce molto a lezione, anche quando si fa matematica pura».

Come si vive in Danimarca rispetto all’Italia?
«Le cose peggiori sono il clima e il cibo, anche se col passare del tempo ho imparato ad apprezzare alcuni piatti danesi. Ho vissuto stabilmente in cinque-sei posti diversi nella mia vita: in ciascuno ci sono stati aspetti positivi (che col passare del tempo purtroppo dimentichi) e negativi (che noti sempre più con gli anni). Quello che amo di più della Danimarca è che le cose, in particolare il buon senso, funzionano: e tutto questo senza quella rigidità che si respira per esempio in Germania. I danesi riescono a essere rilassati su molte cose, ma rimanendo efficaci, e spesso efficienti. Poi però è un po’ dura riuscire ad interagire con la gente quando esci, a meno che non ci sia una birra in mezzo: in Italia o in California puoi salire sull’autobus e farti una chiacchierata con chiunque, qui no, li metti in imbarazzo…».

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