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Il design del futuro sarà di gruppo La riscoperta del sapere umanistico…

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Economia Digitale

Il design del futuro sarà di gruppoLa riscoperta del sapere umanistico fa evolvere l’uomo tecnologico

L’innovazione ha mille forme, ma di solito è di tre tipi. Qualcuno inventa qualcosa, magari la ruota. Qualcuno scopre qualcosa, magari l’America. Oppure qualcuno disegna qualcosa, magari l’iPhone. Invenzioni, scoperte, e design sono sempre collegate. Senza il design della caravella, introdotto intorno al 1430 dai portoghesi, non ci sarebbe stata La Pinta di Colombo. Ma sappiamo anche che ci sono periodi in cui un tipo di innovazione è più influente e traina gli altri. La storia europea dal XV al XVIII secolo è spesso descritta come l’epoca delle scoperte geografiche. La fase successiva deve molto di più all’innovazione intesa come invenzione tecnologica, e anche per questo si parla di epoca industriale. Oggi, semplificando, la nostra epoca è quella del design, che fa l’innovazione e aggiunge valore a prodotti, servizi, processi ed ecosistemi. L’esempio da manuale è proprio l’iPhone: «Designed by Apple in California. Assembled in China».

Il design è lo sfruttamento di opportunità, nel rispetto dei vincoli, per la soluzione di un problema, in vista di un fine. La moka di Alfonso Bialetti fa esattamente questo: ottiene un buon caffè, risolvendo il problema della percolazione dell’acqua calda, secondo le leggi della fisica, in modo sicuro e poco costoso. Questa definizione aiuta a spiegare perché oggi il design è così importante e pervasivo. Le tecnologie digitali aumentano le opportunità relative a quello che si può fare e diminuiscono i vincoli rispetto a quello che non si può fare o sarebbe troppo costoso fare. Per esempio, ci permettono di interagire a distanza. In un mondo esclusivamente analogico devo andare in banca per depositare o prelevare denaro. Ma online tutto è più facile, la mia localizzazione fisica in cucina si scolla dalla mia presenza interattiva nell’infosfera. Meno vincoli, più opportunità, in un mondo smaterializzato ed ecco che il design diventa il tipo di innovazione che fa la vera differenza.

È attraverso il design che plasmiamo una realtà sempre più malleabile. Nascono nuovi compiti, nuovi lavori e mestieri. Spariscono o vengono rivoluzionate intere categorie di impegno creativo, o lavorativo. Le opportunità per chi sa sfruttare il design del digitale sono strabilianti. Ma i costi per chi resta escluso sono gravi. Inoltre tutto questo sta avvenendo in tempi rapidissimi, generando preoccupazioni. Il rischio è che le tecnologie digitali passino dall’essere una soluzione all’essere un problema. Un rischio concreto e da non sottovalutare, ma che si può evitare, ripensando il mondo dell’economia, della formazione e della collaborazione.

In un paese avanzato come l’Italia si dovrebbe puntare sempre di più sul design e sul digitale per sostenere un’economia dell’esperienza individuale e non della produzione di cose di massa. Educazione, salute, intrattenimento, cultura, turismo, ristorazione, ma anche moda e abbigliamento, terziario avanzato, industria agroalimentare sono tutti settori in cui si passa sempre più dalla necessità all’insufficienza della qualità del prodotto o del servizio, che non basta, perché il valore aggiunto è dato dall’esperienza voluta o desiderata, spesso mediata dal digitale. A parità di bontà della pizza, vado in un bel posto, con una bella vista, dove posso prenotare con una app sia il parcheggio sia il tavolo, leggere le valutazioni online, magari avere uno sconto se con l’app lascio un commento positivo. E la pizzeria deve saper usare i dati che raccoglie, per offrire un’esperienza migliore, ottimizzare costi, individuare opportunità. La pizza deve essere buona, ma la qualità è ormai il punto di partenza non quello di arrivo della competizione. Il selfie è l’estremizzazione di questo processo: non è la pizza che sto mangiando o l’esperienza che ho nel mangiarla, ma l’esperienza dell'esperienza a fare la differenza.

Ogni manager dovrebbe tenere a mente questo test del selfie. Il passaggio dall’economia delle cose a quella dell’esperienza è ben documentato anche a livello aziendale. Secondo uno studio della Ocean Tomo già nel 2015 oltre l’80% del valore delle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione (S&P 500) era in beni immateriali. Il passaggio dalla centralità delle cose a quella dell’esperienza rappresenta una grande opportunità per l’Italia, per coniugare l’economia verde del capitalismo ambientalista con l’economia blu del capitalismo digitale. Il verde e il blu vertono sull’economia dell’esperienza. Possono essere due forze potenti, nel rilancio della specificità italiana.

Sempre in Italia, e in stretto rapporto di potenziamento dell’economia dell’esperienza verde e blu, si potrebbe puntare su una formazione che insegni non solo a “leggere”, cioè a saper usare, il digitale, ma soprattutto a “scrivere”, cioè a saperlo lavorare, disegnare, migliorare. La società dell’informazione è una società neo-manifatturiera, solo che le materie prime sono dati, informazioni e processi digitali. Bisogna insegnare le lingue del design digitale, non solo l’italiano e l’inglese, ma anche la matematica, la statistica, il design industriale, l’informatica, il diritto, il linguaggio delle scienze, quello dell’architettura, dell’arte, della musica, e delle lingue morte. Bisogna sapere leggere e scrivere digitale per essere protagonisti nella creazione e cura del mondo che ci circonda, in modo critico e informato.

Per realizzare tutto ciò la soluzione si chiama co-design. È la progettazione di gruppo, in cui i partecipanti contribuiscono, in modo creativo e aperto, a sviluppare soluzioni nuove o migliori individuando problemi, vincoli, opportunità e fini, coinvolgendo gli utenti finali, spesso con supporti di tipo digitale, e in modo reticolare, superando le barriere dell’organigramma o della struttura aziendale. Dal design del verde e del blu, alla formazione, al co-design come strategia, non basta l’intelligenza, ci vuole anche buona volontà, spirito di collaborazione e regole per la governance. In altre parole, ci vuole anche un’etica del digitale e un impegno sociale di tutte le forze buone. Perché il singolo sforzo, da solo, è inutile.

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