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Le app diventano medicine e le producono le startup

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Le app diventano medicine e le producono le startup

(AdobeStock)
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«Reset ha funzionato come una pillola, ma si dà il caso che si tratti di un software» ha affermato compiaciuto l’amministratore delegato di Pear Therapeutics, Corey McCann, quando l’Fda ha approvato questa app medica digitale che, attraverso una terapia cognitivo comportamentale, aiuta a trattare le dipendenze. Da adesso, i medici che hanno in cura pazienti dipendenti da alcol o anfetamine potranno dunque prescriverla come un vero e proprio farmaco. Ma la Fda ha dato il via libera anche a Bluestar, un’app per la gestione del diabete, prodotta dalla Welldoc, aprendo così le porte ai digiceutici, o terapia digitale.

Sono già 150 le aziende in tutto il mondo, in prevalenza startup, che si pongono come provider di terapie digitali, ma a differenza delle altre numerose applicazioni rivolte più al mantenimento della salute e del benessere delle persone sane (se ne contano a oggi circa 350mila), i digiceutici sono studiati per curare o gestire una malattia e per questo vengono testati in trial clinici randomizzati, approvati dalle agenzie regolatorie e prescritti da un medico, che può anche monitorare i progressi dei propri pazienti. Di conseguenza, in futuro potranno essere anche rimborsati dalle assicurazioni o coperti dai sistemi sanitari. In questo neo-settore in espansione, la difficoltà principale resta il fatto di stabilire quanto il prodotto sia in grado di fornire un beneficio medico definito e misurabile e quindi essere legittimamente una terapia digitale rispetto alle altre tecnologie per la salute. Questa è la sfida che ha portato una manciata di startup a lanciare la Digital Therapeutics Alliance. Tra gli obiettivi del nuovo gruppo industriale - che include Pear, Akili, Propeller Health, WellDoc, Omada Health e Voluntis - c’è l’eventuale rilascio di un white paper che fornirà una definizione standardizzata di ciò che i suoi membri considerano una terapia digitale. Ma nonostante un summit ad hoc non sono ancora arrivati a una definizione conclusiva unanime.

Certo è che sia le approvazioni della Fda sia la formazione di un gruppo industriale rappresentano una leva per un mercato emergente. Verso il quale anche l’industria farmaceutica ha iniziato a rivolgersi. Lo scorso marzo Pear Therapeutics ha firmato un accordo con Novartis per sviluppare due terapie digitali, una per la sclerosi multipla e l’altra per la schizofrenia. Ma la pipeline di Pear abbraccia anche l’oncologia, l’insonnia, le condizioni infiammatorie, respiratorie, fino al morbo di Parkinson. Esattamente come un’azienda farmaceutica tradizionale.

LE APP PER LA GESTIONE DELLE MALATTIE
Le 5 principali aree terapeutiche sono tutte condizioni croniche: salute mentale, diabete,
malattie cardiocircolatorie, disturbi del sistema nervoso e condizioni muscoloscheletriche

Un'industria emergente che sceglie di parlare il linguaggio della scienza, «che è quella che fa avere accesso a forme future di rimborsabilità e prezzo - commenta Carlo Salvioni, senior director, sales & marketing di Iqvia Italy -. Tinnitracks, per esempio, è uno dei primi esempi di terapia digitale rimborsata dal Sistema sanitario nazionale in Germania, che offre una soluzione per gli acufeni basata sulla musica del proprio smartphone. In pratica un software seleziona play list adatte al problema del paziente, suoni personalizzati». Si va dunque verso un catalogo di applicazioni autorizzate, mentre sul tema del prezzo e della rimborsabilità i modelli vanno ancora capiti. «Le soluzioni complementari ai farmaci potrebbero essere finanziate dalle aziende farmaceutiche, che hanno tutto l'interesse affinchè il proprio farmaco venga potenziato dall'uso concomitante di un'app disegnata ad hoc - conclude Salvioni -. In un futuro non troppo lontano saranno loro i driver dei digital therapeutics». E in fila per legittimare la propria terapia digitale, ci sono anche Akili Labs e Big Health. Il primo ha sviluppato Evo, terapia digitale per bambini con Adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) che nella struttura di un videogioco incorpora l’attività di stimolazione motoria sensoriale che attiva reti neurali specifiche. Sul suo sito Akili si definisce “una società di medicina digitale che combina il rigore scientifico e clinico con l’ingegnosità dell’industria tecnologica per reinventare la medicina”.

Una promessa di rivoluzione? È presto per dirlo, viste le incognite, ma la sensazione che stia arrivando un’onda anomala che potrebbe rimodellare la prescrizione di farmaci così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, è tangibile. Già, perchè se da un lato queste app saranno prescritte in associazione alla terapia farmacologica per una migliore aderenza alla terapia (da qui l’interesse delle farmaceutiche) dall’altro c’è chi intende sostituirsi al farmaco. È il caso di Big Health che offre un programma di terapia online, con la app Sleepio, per chi soffre di insonnia: il costo è di 400 dollari all’anno, 33 dollari al mese, a confronto di un sonnifero che costa 73 dollari per sei compresse.

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