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Google vuole tornare in Cina con un motore di ricerca che si auto-censura

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Google vuole tornare in Cina con un motore di ricerca che si auto-censura

Era il 22 marzo del 2010 quando Google, dopo due mesi tesissimi sul tema delle censure online, chiudeva il suo motore di ricerca in Cina. Oggi, più di otto anni dopo, il gigante di Mountain View potrebbe tornare sui suoi passi.

Secondo la stampa americana, infatti, gli ingegneri di Big G starebbero lavorando su una nuova piattaforma che consentirà di riabilitare il servizio in Cina, filtrando i siti web e i termini di ricerca che sono stati inseriti nella lista nera dal governo di Pechino.

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Fonti citate dal New York Times, spiegano che il progetto – nato sotto forma di applicazione – è già in una fase avanzata, e Google lo avrebbe già sottoposto alle autorità cinesi. Un segnale forte di quali siano gli obiettivi della compagnia californiana in Cina, anche se – nonostante l'accelerata sui lavori – non vi è alcuna certezza sui tempi, né sulle modalità di questo nuovo matrimonio. Molto spesso, infatti, i progetti che legano i colossi californiani a Pechino subiscono brusche e improvvise frenate. Colpa di un rapporto che non è mai decollato veramente. Senza contare che negli ultimi mesi, la pressione è salita alle stelle a causa della guerra commerciale in corso fra Pechino e Washington.

800milioni di ragioni
Eppure l'app di ricerca studiata appositamente per il mercato cinese è un segnale abbastanza lampante di quelle che sono le volontà di Google: tornare nel Paese del Dragone, che coi suoi circa 800milioni di utenti connessi rimane un vero e proprio eldorado per le società che si occupano di servizi legati a Internet. Un bacino pazzesco dal quale i colossi californiani sono tagliati fuori a causa di leggi sulla censura molto ferree, e sul quale i colossi asiatici come Tencent e Alibaba hanno fondato i loro imperi.

Per questo, l'inversione di Google – che oggi pare disposta ad applicare i filtri imposti da Pechino pur di rientrare nel mercato cinese – è l'ultimo esempio di come le grandi aziende tecnologiche americane stiano tentando di adattare i loro prodotti pur di avere accesso in Cina. Anche se ciò comporta una retromarcia clamorosa su temi come la libertà di espressione. Qualche altro esempio? LinkedIn, che già censura alcuni post quando ci sono di mezzo indirizzi IP cinesi. Oppure Facebook, che recentemente ha lavorato a una modifica del suo algoritmo che consente di eliminare automaticamente determinati post, con l'obiettivo di entrare sulla Rete cinese (in questo caso va sottolineato che si è trattato di una mera prova, poiché non c'era alcun accordo con Pechino). Sempre Facebook, nelle ultime settimane aveva ottenuto l'autorizzazione per poter aprire una sua filiale nella provincia orientale dello Zhejiang. Autorizzazione durata appena qualche ora e poi bloccata. Per quanto riguarda Google, invece, è ormai un po' di tempo che l'azienda di Mountain View ha deciso di strizzare l'occhio al mercato cinese. A giugno scorso, Big G ha annunciato un investimento di 550 milioni di dollari nel rivenditore online cinese JD.com. Qualche mese fa, invece, erano stati svelati i piani per aprire un centro di ricerca in Cina incentrato sull'intelligenza artificiale. Senza dimenticare che il recente rilascio sul mercato cinese delle applicazioni per la traduzione e per la gestione di file. Tutte operazioni che hanno portato l'azienda californiana a disporre, oggi, di oltre 700 dipendenti in tutta la Cina.

Una scelta impopolare
Tornando alla decisione di Google di sondare l'opportunità di una app che vada bene a Pechino, con tanto di censura preventiva, le prime reazioni non sono state per nulla dolci nei confronti dell'azienda di Mountain View. Va sottolineato che il motore di ricerca creato appositamente per la Cina dovrebbe bloccare alla fonte una lunga lista di siti (piattaforme come Facebook, ma anche siti di informazione come il New York Times) e di ricerche (come il massacro di Tiananmen del 1989 e qualsiasi informazione sulla leadership cinese). Ed è per questo che nasce un problema etico internazionale che Google dovrà essere brava a gestire. Secondo Amnesty International, sentita sempre dal New York Times, l'ok a un'app di ricerca del genere in Cina sarebbe un «giorno buio per la libertà di internet» e costituirebbe «un attacco massiccio alla libertà di informazione e alla libertà di internet». Ma il malcontento, a quanto pare, monta anche dentro gli uffici di Mountain View. Molti dipendenti di Google, infatti, avrebbero manifestato il loro dissenso verso un'operazione del genere. E alcuni ingegneri si sarebbero addirittura rifiutati di lavorare al progetto, chiedendo il trasferimento in altri settori o lasciando l'azienda. Il motivo è presto detto: un motore di ricerca condito da censura preventiva andrebbe contro le precedenti prese di posizione di Google sulla libertà di espressione e sulla censura in Cina.
Malumore a parte, l'iter del progetto sembra ancora all'inizio. Gli scogli da superare sembrano tanti. A partire dalla rigidissima censura preventiva di Internet imposta dal presidente Xi Jinping. Un rastrellamento senza sosta della Rete che, solo nella prima metà del 2018, ha portato alla chiusura oltre tremila siti web. E tutto questo Google lo sa bene.

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