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Apple e gli altri «Faang». È l’ora di distinguere tra…

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i big del digitale in borsa

Apple e gli altri «Faang». È l’ora di distinguere tra i colossi hi-tech

Alla fine ci ha pensato Apple a riportare il sereno. In quella che sembrava una settimana difficile per la galassia dei cosiddetti Faang (acronimo col quale viene individuato il gruppo composto da Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google), il colosso di Cupertino ha piazzato una trimestrale convincente, con conseguente boom azionario che l’ha portato oltre la storica soglia dei mille miliardi di dollari.

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I Faang stanno bene, ma non benissimo
Eppure rimangono giorni di interrogativi, per i big della tecnologia. I Faang stanno bene, ma non benissimio. Non che i numeri siano disastrosi. Tutt’altro. Da soli rappresentano il 14% del valore totale dell'indice S&P 500. La loro capitalizzazione di mercato gravita attorno a quota 3.500 miliardi di dollari. Ma nelle aziende a grande crescita (e i Faang sono aziende a grande crescita) le oscillazioni di mercato sono spesso punite pesantemente. E basta una stima disattesa per bruciare bruscamente centoventi miliardi in poche ore, come è accaduto a Facebook nei giorni scorsi.

La chiave della differenziazione
Le questioni aperte, soprattutto dopo queste settimane così convulse, rimangono tante. A partire da quella probabilmente più urgente: la differenziazione. Per i Faang, che in alcuni casi nascono come startup ma devono fare i conti con capitalizzazioni di mercato stratosferiche, è arrivata l’età della maturità. E le recenti fasi contrastanti in borsa ci dicono che è il momento di differenziarli. Nonostante sia abitudine ormai consolidata giudicare il comparto dei big tecnologici nella sua interezza, i fatti ci stanno raccontando una storia diversa. I modelli di business sono diversi, e alcuni sembrano più fragili degli altri. Società come Apple e Amazon, ad esempio, sembrano aver tracciato un solco netto rispetto agli altri in fatto di stabilità. Il loro modello di business è chiaro e consolidato. Come sembra consolidato quello di Google, che anche grazie ai servizi sul cloud continua a convincere il mercato. Per alcuni, tuttavia, i ricavi di Apple sono troppo dipendenti dall’iPhone (per il 56% in questo trimestre) e quelli di Google dall’advertising online (il 70%). Un’indissolubilità dalle attività principali che lascia qualche dubbio fra gli analisti, anche alla luce di un mercato – quello tecnologico – dove il tasso di competitività può cambiare le carte in tavolo in un tempo relativamente limitato.

Il pericolo normativo
Fra i nuvoloni addensati sul cielo dei Faang, inoltre, c’è tutto il fronte del trattamento dei dati personali che negli ultimi mesi è diventato un problemareale per le aziende tecnologiche che posano il loro business proprio sui dati. I casi della multa miliardaria a Google e dello scandalo Cambridge Analytica per Facebook, sono prove eclatanti di un sistema poggiato su fondamenta forse troppo fragili. Per anni la privacy è stata argomento da retrobottega. Ma oggi ha presentato il suo conto, anche grazie al nuovo regolamento europeo (il Gdpr, ndr).

E i modelli di business incentrati sui dati ne hanno risentito vistosamente. Sicurezza dei dati e notizie false si sono rivelati una mannaia per alcuni colossi californiani come Facebook. Mentre aziende come Apple e Amazon sono risultate praticamente immuni. Un altro segnale lampante di quanto la differenziazione dei Faang sia reale. E di come, forse, le strade di questi colossi abbiano preso direzioni diverse.

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