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L’arte nella valle ferita del Belice

50 anni dopo il Terremoto

L’arte nella valle ferita del Belice

  • –di Serena Uccello

Trasportate sui camion le bare si dispersero dal cuore della Sicilia, fino a Palermo, da una parte, e a Catania, dall'altra. Seguivano, per come si poté, i sopravvissuti. Chi era emigrato tornò a cercare un fratello, un padre. Qualcuno ricorda che il giorno prima il freddo era stato così intenso da muovere qualche fiocco di neve. In ogni caso i soccorsi si mossero sul pantano e nel gelo. Era il 14 gennaio del 1968, erano le 13.28, l'ora dei famiglie riunite a pranzo: la prima scossa di terremoto ribaltò la terra sotto Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale. Poi la seconda scossa, alle 14.15, e fu così forte che la sentirono anche a Palermo e a Trapani. Quella che si abbatté alle 16.48 fu senza pietà per Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa.

La notte fu anche peggio: una scossa alle 2.33, un'altra mezzora dopo.

Cominciò un purgatorio che durò fino a settembre e che fece registrare 345 scosse: secondo alcune fonti le vittime furono 296, secondo altre 370 morti, circa mille feriti e 70mila sfollati circa. La Valle del Belice e i suoi nove paesi non furono più i luoghi riprodotti dalle pagine di Giuseppe Tommasi di Lampedusa. Cinquant'anni dopo il Belice, e la sua mancata o tardiva o parziale ricostruzione, è la narrazione di una disfatta.

A ridimensionare e salvare, l'arte.

Visionaria e potente intuizione dell'allora sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, che comprese quanto solo l'arte potesse cogliere e placare l'ansia di rinascita. Lo shock del cuore è il Gretto di Burri, un'opera di land art realizzata dall'artista Alberto Burri. Un'opera simbolo del Belice anche per i tempi della sua realizzazione: cominciata tra il 1984, è stata inaugurata nel 2015. «Andammo - racconta Burri a Stefano Zorzi in Parola di Burri (Torino, Allemandi, 1995) - a Gibellina con l'architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento». Come un sudario, un labirinto bianco ricopre le maceria: seimila metri quadrati di cemento ripercorrono le vie e i vicoli della città vecchia. La modernità del cemento congela la memoria, stigmatizza l'incapacità degli uomini, accoglie il dolore delle vittime. La visione dell'alto permette di scorgere le fratture, ogni frattura fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta. A fianco, a 350 metri dall'opera, i resti dei Ruderi di Gibellina.

Ma dalla città ferita si snoda un percorso ancora più intenso grazie a ben sessanta opere che lo impreziosiscono, dalla Stella d'ingresso al Belice di Pietro Consagra alla Montagna di Sale di Mimmo Paladino, da L'Aratro di Didone di Arnaldo Pomodoro al Sistema delle Piazze. Progetto di 5 grandi piazze consecutive di Franco Purini e Laura Thermes, dalla Chiesa Madre di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa all'Omaggio a Tommaso Campanella di Mimmo Rotella. Quello che fu l'offesa più grande della natura all'uomo e l'infamia più lacerante che l'uomo inflisse a se stesso è un unico museo a cielo aperto.

Il punto di partenza di questo viaggio nello sprofondo e nella storia non può tuttavia non essere che Palazzo Filangeri di Cutò, cioè Palazzo Gattopardo. Dal terremoto si salvò solamente la facciata, ricostruito è oggi la sede del Municipio, del Museo del Gattopardo, dell'Istituzione Parco Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del Teatro Sant'Alessandro. Tappa consequenziale il museo del Gattopardo, dove si trovano le riproduzioni del manoscritto originale del romanzo. E il Museo della Memoria, uno spazio realizzato utilizzando i ruderi dell'ex Chiesa Madre restaurati: qui centinaia di fotografie raccontano la Valle prima del terremoto ma anche i volti delle vittime, le macerie, i soccorsi, gli aiuti, le baracche.

Volti che tornano nella mostra “1968/2018 PAUSA SISMICA. Cinquant'anni dal terremoto del Belìce. Vicende e visioni” ospitata dalla Fondazione Sant'Elia a Palermo.

L'inaugurazione è prevista per il 28 gennaio e sarà visitabile fino al 13 marzo. Domenica 14 gennaio avrà l'omaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

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