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I Viaggi in Italia di Guadagnino hanno già vinto l’Oscar

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I Viaggi in Italia di Guadagnino hanno già vinto l’Oscar

«Cosa fate qui in estate?» «Aspettiamo che finisca». Elio e Oliver sono seduti al tavolino di un bar «da qualche parte nel Nord Italia» inizia vago il film Call me by your name; vaghezza che aumenta solo la voglia di sapere esattamente dove.

Chi li guarda vorrebbe essere lì ad annoiarsi, in giardino la 127 verde, in tv un giovane Beppe Grillo che faceva sorridere. Chi li guarda vorrebbe essere steso al sole in quella sdraio (rivaluta persino i bermuda anni Ottanta della mamma di Elio e della propria), vorrebbe pedalare nella campagna assolata, giocare a carte con gli anziani nel bar di paese. Vorrebbe vivere quell'estate italiana anche se non c'è il ritmo lento del mare, non ci sono spiagge, barche né tramonti. Né Positano né Venezia né collina toscana, nessun indirizzo dell'Italia da cartolina. Forse, proprio per questo. Call me by your name, film di Luca Guadagnino candidato a quattro premi Oscar, è diverse cose, è soprattutto i suoi luoghi, lo dice lui stesso «per me lo spazio è tutto».

Se è un merito catturare lo spirito del tempo anche nelle sue minime declinazioni, Guadagnino mostra di averlo. Call me by your name anticipa e sublima il nuovo oggetto del desiderio del Viaggio in Italia. Prima che la sempre puntuale lista del New York Times celebrasse l'anonima provincia italiana, Guadagnino fa di quel «somewhere in Northern Italy» una meta. Bella com'è bella l'Italia ma finora senza nome; si chiama Moscazzano, Montodine, Pandino, la più conosciuta Crema, tutto a poco più di un'ora di macchina da Milano.

Che la nuova Dolce Vita per gli inglesi/americani fosse una indefinita provincia fra Mantova, Ferrara, Verona e dintorni si sapeva già. Guadagnino non fa che allargare questa mappa emotiva e lo fa con una tale grazia che non si sente affatto la mancanza della più rinomata e «facile» Liguria, sfondo del romanzo di André Aciman da cui il film è tratto.

Negli ultimi due mesi i siti delle riviste americane hanno pubblicato dettagliati articoli su Villa Albergoni come novello castello del Gattopardo, il soggiorno, la camera da letto, le scale i dipinti, la cucina con resti dei pasti e governante incorporata e tipica: non parla una parola di italiano. In realtà la villa era quasi vuota, tutto quello che abbiamo visto è opera della designer d'interni Violante Visconte di Modrone, amica del regista. Nessuno direbbe che Moscazzano è stato scelto perché costava meno, le foto su Elledecor e sul magazine del New York Times fanno un figurone. Ilnuovotorrazzo.it, sito della diocesi di Crema, scrive che iniziano ad arrivare le richieste di turisti dall'estero, altri giornalisti vanno alla scoperta. Non ha troppo senso chiedersi come hanno fatto finora a Manhattan a stare senza Pandino, il passaparola è partito. E oltre a questi paesini a nord del fiume Adda, include Bergamo Alta e le cascate del Serio (più difficili da visitare, Guadagnino ha spiegato che è stata dura avere l'autorizzazione per girare, poi è stata concessa solo mezz'ora).

Villa Albergoni è solo la conferma di quello che gli americani sapevano già, a Luca Guadagnino piacciono le case, «il modo in cui i personaggi interagiscono con lo spazio» dice lui e non a caso il primo suo incarico nel film era consulente per le location (la regia era stata affidata a James Ivory che ha poi firmato solo la sceneggiatura,). Call me by your name diventa così l'ultimo film della sua personale «trilogia del desiderio» iniziata con Io sono l’amore del 2009.

Già nove anni fa, non adesso che la città piena di turisti vive il suo momento d'oro, Guadagnino suggeriva ai più che Milano sa essere incantevole. La storia della famiglia Recchi è girata a Villa Necchi Campiglio, una meraviglia vicina a Villa Invernizzi ora in grande spolvero anche grazie ai fenicotteri rosa.

Nel 2015 la trilogia di Guadagnino sverna a Sud. In mezzo a tanta Lombardia, Guadagnino inserisce una thriller di nervi a Pantelleria; dammusi, capperi, ricotta e fichi, un'isola «devastata dalla guerra dove una volta si processavano gli schiavi» e ora accoglie migranti «offesi» da ingiuste accuse, sono l’essenza di A Bigger Splash.

Non si può volere di più dal cinema della seduzione, ha scritto il solito New York Times, «Guadagnino sa come decorare un film», anche quella volta grande successo per la casa, la tenuta Borgia. Lontana dalla mite campagna lombarda e dalle compostezze milanesi, l'afona Tilda Swinton balla alla Festa San Gaetano, lo scirocco porta sabbia, Clara la domestica più polemica della Mafalda di Call me by your name impedisce la barbarie, il peperoncino nel pesce, e canta Bella ciao.

In tutti i film della trilogia c’è una piscina, due volte su tre vi si consuma un dramma, quella di Pantelleria si ricorda per le magnifiche maioliche rese vintage dall'acqua e dal sole. Si ricorda di più solo lo strepitoso, favoloso Ralph Fiennes che si vendica degli interminabili sospiri del paziente inglese, si scatena sullo sfondo della Tunisia, e parla qualche parola di siciliano.

Foto dal set di A Bigger Splash

www.in-lombardia.it
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