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Oristano, la festa della Sartiglia vista da vicino

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RITI carnascialeschi

Oristano, la festa della Sartiglia vista da vicino

Non c'è Natale, Pasqua, festa del santo patrono che tenga: a Oristano nulla è paragonabile alla Sartiglia e a come viene vissuta. L'ultima domenica di Carnevale e il martedi grasso, la giostra equestre che vede i cavalieri sfidarsi sotto il duomo, cercando di infilzare una stella d'acciaio con un foro al centro, non è solo una questione di passione e festa. C'è molto di più, e ha a che fare con l'orgoglio, l'identità, il senso di appartenenza, l'amicizia e la fede, la speranza di un buon raccolto e la possibilità di investire per essere all'altezza delle proprie e altrui aspettative, la tradizione di famiglia, il rispetto e l'amore per i cavalli, veri protagonisti insieme agli umani della festa.

Se, infatti, la corsa, l'emozione e il brivido di correre alla stella non dura più una ventina di secondi, la preparazione la si fa durante un anno intero e molti uomini di queste parti impiegano anni per riuscire a imparare tutti i segreti della giostra, fino, magari, ad essere nominati capocorsa del torneo, cioè Componidori, la massima carica del torneo, impersonificazione della divinità stessa, nel breve volgere di un pomeriggio, cui è dovuta assoluta ubbidienza.

La giostra è sostanzialmente divisa in due momenti. La domenica la organizza il Gremio, cioè l'associazione dei contadini, il martedi a sfidarsi nella corsa alla stella saranno i cavalieri dell'associazione dei falegnami. Sartiglia è parola che deriva dal catalano: la Sardegna è stata per secoli di dominazione catalana prima e spagnola poi e questo torneo, che affonda però le sue radici nel Medioevo (anche se le prime attestazioni di sartiglia sono del XVI secolo) ha molto di spagnoleggiante. “Sortiglia” in catalano è l'anello, e infatti è l'anello che è circondato da una stella (a 8 punte per su Componidori, a 6 per tutti gli altri) è lo scopo del gioco: infilarlo al galoppo con una spada o con uno stocco di legno.

A seconda del numero di stelle infilzate i pronostici diranno se sarà una buona annata per il raccolto e per i lavori dei mesi a venire. Almeno così vuole la tradizione. Il giorno della candelora, con solenne invito, i capi delle due associazioni cittadine vanno a trovare colui che diventerà su Componidori e lo nominano: da quel momento per lui si tratterà di impegnarsi al massimo perché tutto vada per il meglio. La domenica (ma lo svolgimento del martedì è uguale), il prescelto – che nel frattempo ha festeggiato con tutti gli amici e la cittadinanza l'essere stato scelto a fare il capocorsa – dovrà sottostare al primo dei tanti riti della giornata. La vestizione è un momento emozionante. Vestizione pubblica, con momenti scanditi da un rituale preciso. Seduto su una sedia sopra un palco su componidori viene aiutato dalle donne nella vestizione.

Il vestito è di foggia spagnolesca ma con delle strane ambiguità. Calzoni e giacca sono di forma adatta a correre a cavallo, stesso dicasi per la camicia, con ampi sbuffi chiusi da nastri. Il vero momento emozionante è la posa della maschera. In quel preciso momento, quando la maschera (di color terra per i contadini, bianca per i falegnami) viene collocata e poi cucita addosso al cavaliere, su componidori diventa una divinità. Non può più scendere da cavallo fino a quando il torneo non sarà chiuso a tarda sera. Squilli di trombe e rullio di tamburi annunciano che è tutto pronto: viene introdotto il cavallo su cui guiderà il torneo, mentre i suoi due aiutanti, se segundu e su terzu, lo aspettano fuori dalla casa dove si compie il rito della vestizione. Il componidori esce e guida il corteo di 120 cavalieri, composti tutti in terzine, con magnifici cavalli finemente addobbati, verso la via principale della città.

Sotto la stella incrocia per tre volte le spade con il suo secondo, quindi si porta nella posizione di lancio. Galoppa con la spada fino alla stella per cercare di prenderla: se su componidori centra la stella la festa decolla. Sarà su componidori a scegliere, uno per uno (li riconosce, i cavalieri, anche se tutti hanno il volto celato da una maschera) i corridori che avranno il diritto di cimentarsi nella discesa alla stella. Si creano amicizie e se ne rompono altrettante, anche perché di solito non scendono più di 60 cavalieri. Gli altri rimandano le speranze all'anno prossimo.

Quando su componidori ha deciso di finire il torneo, si farà dare uno stocco di legno per tentare l'ultima discesa alla stella, infine benedirà la folla con un galoppo impazzato, sa remada, dove giace riverso sul cavallo e benedice con un mazzuolo di viole e mammole.

Finita la corsa iniziano le pariglie, esibizioni acrobatiche dei cavalieri sui purosangue, in una via accanto. La Sartiglia, oltre ad essere la cerimonia carnevalesca più famosa della Sardegna (è in lizza per essere riconosciuta anche dall'Unesco come patrimonio dell'umanità), è un potente volano di attrazione turistica per la città. Non si trovano ristoranti e alberghi per i giorni della giostra, e da qualche anno, il villaggio Sartiglia, sorto nelle strade chiuse del centro storico, ci sono le proposte enogastromiche tipiche della Sardegna. Una festa della città, ma della quale, tutto sommato, gli oristanesi sono molto gelosi. Per capirlo, basta vivere il backstage della manifestazione.

Oltre la corsa, infatti, c'è molto di più. La domenica mattina, già dalle 10, le scuderie di cavalli sparsi per tutta la città e nell'immediata periferia si animano. I fantini ospitano amici e parenti: passare a salutare e augurare la buona sorte è un rito collettivo. Scorre a fiumi la vernaccia, già dal mattino, si arrostiscono maialetti, si mangiano dolci: ci si saluta e si balla, ma i proprietari dei cavalli sono concentrati. Tutti vogliono vedere i cavalli che, docili, si lasciano carezzare e poi vengono addobbati pubblicamente. Al momento giusto, i fantini, si vestono e indossano le maschere; sono pronti a mettersi agli ordini de su componidori. Nulla viene lasciato al caso: i cavalli, che vengono seguiti con devozione e attenzione tutto l'anno, sono montati e addestrati per mesi, le maschere, fatte costruire da artigiani locali, le bardature degli animali affidate alle donne esperte nella cucitura delle variopinte rosette, gli abiti dei torneadori, studiati nei minimi particolari.

Vibra emozione e orgoglio, lo spirito della città si ritrova in questi momenti: per i turisti, ammaliati dai colori e dalla bravura di chi cavalca, la forza della manifestazione è tutta nella perfezione del gioco, del torneo, della giostra, ma per chi la Sartiglia la vive tutto l'anno, e ne fa una ragione di vita, anno dopo anno, centrare una stella è ben altra dimensione. E quando vedi questi uomini duri, compatti, decisi, sciogliersi in un pianto perché hanno centrato l'anello o lo hanno perso per un soffio, capisci che in palio c'è molto ma molto di più di un semplice gioco cavalleresco. E chi corre la Sartiglia, questo, lo sa bene.

Per info: Sartiglia.info - Sardegnaturismo.it

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