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Che cinema, questo deserto del Qatar!

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DIARIO DI VIAGGIO

Che cinema, questo deserto del Qatar!

Carovana di cammelli passa accanto all’opera «East-West, West-East» di Richard Serra
Carovana di cammelli passa accanto all’opera «East-West, West-East» di Richard Serra

Quando pensi che stai per perderti, ti orienterai con una duna; quando pensi di rimanere senza coordinate incrocerai un fuoristrada; quando la luce acceca accosterai vicino a un parapendio, una roccia, le impronte di un animale; quasi sempre avrai accanto il mare e mai avrai la sensazione di vuoto nel deserto del Qatar. «Ero a Los Angeles, dovevo raccontare un deserto. Ho fatto tanti sopralluoghi, ho iniziato da quello americano ma non esiste più, è finito, non c'è più niente da scoprire. Sono andato nel Golfo Persico e ho girato molto, Oman, Kuwait, Emirati. In Qatar ho trovato quello che cercavo» mi dice Yuri Ancarani, autore di The Challenge, documentario sulla vita dei giovani qatarini - e sul deserto come sfondo delle loro vite - premiato a Locarno nel 2016, lodato dalla stampa americana.

Chi arriva qui capisce quanto felice è stata l’intuizione di questo artista italiano primo straniero a girare un film nel regno. Quanto affascinante e contraddittoria, immediata e misteriosa, inconsapevolmente contemporanea è questa distesa piatta e irregolare più piccola delle Marche. Quanto ha ragione Ancarani quando dice che non è più il tempo della poesia e dell’amore nella California di Zabriskie Point o dei tè nel deserto marocchino di Bertolucci. Si è tentati pure di ripensare la definizione di Nadine Gordimer, «il deserto è un posto senza aspettative», questo deserto, luce bianca e violenta la mattina, gialla e morbida già alle tre, ti abitua a trovare, quindi ad aspettare, qualcosa.

Dopo mezz'ora in macchina si dimentica Doha, e i giacimenti di gas e petrolio che pure sono un elemento essenziale, volto urbano di un luogo tanto sfruttato quanto amato. Sono segno di amore le tende bianche, in fila, uguali in cui i qatarini si rifugiano nel fine settimana, quando pur con tutti i comfort di un paese ormai abituato a un tenore di vita altissimo, tornano alle loro radici beduine. Ti chiedi se dentro una di quelle tende sarà accucciato il ghepardo che in The Challenge viaggia seduto in Lamborghini accanto al suo padrone «quando li ho visti con i loro animali feroci che solo da qualche anno non possono più circolare liberalmente in città - racconta Ancarani - ho pensato alle star hollywoodiane, al periodo d’oro delle Marilyn Monroe e delle Rita Hayworth, che si mettevano in posa accanto a tigri e leoni».

Mentre ancora ti chiedi come sono e cosa fanno nella tenda di famiglia i sudditi del regno più ricco del mondo, hai solcato così veloce le dune in verticale, orizzontale e trasversale – lo sport preferito dei giovani magnificamente raccontato in The Challenge e obiettivamente divertente per l'ospite – che sei già arrivato al primo qualcosa.

È Khor Al Adaid, mare dentro il deserto, un'ora di macchina a sud di Doha. È il punto che crea la prima aspettativa, il cielo grigio-beige di febbraio della città è qui azzurro, non si distingue il bianco della sabbia e della luce. Il nero infine, chiazze scure della sabkha dove il sale del mare ha preso fuoco a contatto col caldo del sole, qui e lì piccole paludi scure. Di fronte il confine e le montagne saudite, a dieci chilometri la base militare americana, un angolo di Stati Uniti in Qatar, ma nel punto in cui l'acqua azzurra si insinua nella sabbia si è infine lasciato tutto.

Pochi minuti dopo ci si ritrova al Regency Sealine Camp, il bagno a febbraio è più o meno come uno nel Mediterraneo a inizio giugno. Il ritorno in macchina di corsa a un metro dalla battigia no, è puro Qatar.

Khor al Adaid (o Khor al Udeid), il mare interno al confine con l’Arabia Saudita (foto A. Manganaro)

Di nuovo a Doha, un'ora di macchina, stavolta verso ovest il deserto si chiama Zekreet, quando si accelera sembra quello di Mad Max. Non più dune ma un'immensa lunga pianura puntellata di arbusti dove si scopre il secondo qualcosa: quattro colonne nere in fila lanciate nel nulla. Sono East-West, West-East l’opera dell'artista californiano Richard Serra, commissionate dalla giovane sceiccaal-Mayassa al Thaninel 2014, anno in cui la sorella minore dell'emiro è incoronata dalla stampa europea e americana personaggio più potente nell'arte mondiale. Potente e pare provvista di una merce rara e qui più che altrove ricercata: un'idea. Ha raccontato Serra: «Quando costruivo “7” (la colonna che vedrete a Doha di fronte al Museum of Islamic Art) la sceicca al-Mayassa mi ha chiesto “le piacerebbe costruire un'opera in un paesaggio?” “Che paesaggio?” le ho chiesto, “Il deserto”, mi ha risposto». E questa idea, un'opera nella sua perfetta cornice, è quello che vedrete.

Vedrete anche la foresta di mangrovie e gli orici, Film City antico villaggio arabo ricostruito in un altro punto di Zekreet che pare sia la loro Cinecittà; dormirete in tende dotate di tutte le comodità, mangerete quasi ovunque ottimo agnello, asseggerete versioni sofisficate di babaganoush; noterete l'attenta e discreta accoglienza beduina «l’antica cultura sopravvive - spiega Ancarani - lo straniero deve essere aiutato e rifocillato, accoglienza che forse in Italia stiamo perdendo ma che non va confusa con l’amicizia».

Accoglienza che soprattutto nel deserto fa comunque dimenticare il wahhabismo imperante, la rigida lettura dell'Islam che pure non arriva mai agli estremismi sauditi (le straniere possono girare senza velo, il bikini è vietato solo nelle spiagge pubbliche, le qatarine studiano e guidano, i cristiani possono professare la loro religione). Troverete le torri del vento eredità del passaggio portoghese e sempre ricorderete come in una terra abitata da migliaia di anni poco sopravvive al deserto ma quel poco viene restituito.

The Challenge – il trailer

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