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Scalare l’Everest con servizio vip (sherpa e massaggi inclusi) e…

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SPEDIZIONI DI LUSSO SUL TETTO DEL MONDO

Scalare l’Everest con servizio vip (sherpa e massaggi inclusi) e tempi record costa come un appartamento

A quattro settimane di distanza dall'inizio del loro storico tentativo di scalare l'Everest nel 1953, Edmund Hillary e Tenzig Norgay stavano ancora montando il campo base, dopo un primo lungo tragitto percorso a piedi da Katmandu. Prima che la spedizione conquistasse la vetta della montagna, sarebbero trascorse altre sei settimane. A quattro settimane di distanza dall'inizio del suo tentativo di scalare l'Everest, 65 anni dopo, Eduard Wagner si rilassa sdraiato al sole sulla spiaggia di Koh Samui in Tailandia. L'uomo d'affari tedesco ha già completato la sua spedizione, avendo raggiunto la vetta dell'Everest il 21 maggio, e dice: “In sole tre settimane avrei potuto essere di ritorno alla mia scrivania”. Il quarantenne di Monaco si è iscritto alla spedizione “Flash” – alta velocità di nome e di fatto – offerta quest'anno per la prima volta da Furtenbach Adventures: questo operatore austriaco equipaggia i suoi clienti di alcune tende ipossiche da alta quota da simulazione, che devono appendere ai loro letti a casa per abituarsi in sei settimane a dormirvi prima della partenza. Teoricamente queste tende, nelle quali i livelli di ossigeno sono ridotti, stimolano la produzione di globuli rossi nel sangue, riducendo il numero di giorni di riposo e le scalate di acclimatamento (dette anche rotazioni di acclimatamento), indispensabili ad alta quota.

Se complessivamente nel 1953 alla spedizione occorsero quasi cinque mesi, se oggi la maggior parte delle spedizioni sul monte Everest richiedono circa 65 giorni, la spedizione andata e ritorno di Flash di Furtenbach è programmata per durare 28 giorni (e, grazie alle circostanze, il tempo buono ha permesso a tutti i membri della spedizione di ultimare l'intero tragitto in 23 giorni). Se vi sembrano ancora troppi, l'operatore offre spedizioni Flash ad altre famose vette, come il Manaslu, con i suoi 8163 metri l'ottava cima più alta del mondo in 21 giorni, l'Ama Dablam – montagna molto fotografata che si eleva accanto all'Everest – in 17 giorni, e l'Aconcagua, la montagna più alta fuori dall'Asia, in appena due settimane. L'unico trucco sta nel prezzo – la spedizione Flash sull'Everest costa 110mila dollari – ma Furtenbach è un'agenzia che rivolge i propri servizi a chi è interessato al fiorente mercato delle spedizioni di lusso sul tetto del mondo. Mentre l'agenzia sta moltiplicando i suoi sforzi per mettere l'Everest alla portata di un'ampia gamma di dirigenti in vacanza con sempre poco tempo a disposizione, altre agenzie aggiungono comfort che di solito si trovano nei campi dei safari di lusso.

Il pacchetto luxury con sherpa, massaggi e chef
Tra altre agenzie di questo tipo che hanno debuttato quest'anno c'è Seven Summits Club, un'agenzia russa che fa alloggiare i suoi clienti in suite in tende di tela riscaldate che comprendono letti veri e propri, accessoriati di tutto, e una scrivania nella stanza accanto. Il loro pacchetto costa 80mila dollari e comprende anche massaggiatori esperti, uno chef cileno pluripremiato che di solito lavora sulle migliori navi da crociera, e due sherpa per ogni scalatore. Tra i suoi nove clienti “premium” c'è Dmitry Terychny, un diciassettenne, ex studente dell'esclusiva Charterhouse School in Inghilterra, che è salito in vetta con suo padre Alex, ex magnate russo nel settore delle ferrovie. Nel frattempo, il gruppo nepalese Seven Summit Treks ha offerto un pacchetto “VVIP” da 130 mila dollari che porta i clienti in elicottero da Katmandu a Dingboche, accorciando così di tre giorni il tragitto complessivo a piedi. A metà della spedizione, i clienti sono stati riportati in elicottero a Katmandu per riposarsi e riprendersi in un albergo a cinque stelle prima di tornare, ben riposati, sulla montagna.

Il marketing delle scalate
È trascorso molto tempo da quando l'Everest ha smesso di essere il palcoscenico destinato a protagonisti indiscussi dello stampo di Hillary o Norgay. Oggi la vetta di 8848 metri rappresenta il top non più dell'esplorazione, ma del settore commerciale dei viaggi d'avventura. A renderlo sempre più sicuro sono le previsioni del tempo sempre più accurate, un equipaggiamento migliore, itinerari diversi e abbondante ossigeno in bombola, e così pure la sparizione del famigerato Hillary Step, la parete rocciosa scomparsa probabilmente in conseguenza del terremoto del 2015 e diventata oggi un pendio poco erto. Gli scalatori più facoltosi, che in passato avrebbero rinunciato a una scalata più impegnativa o a una spedizione più lunga, oggi aggiungono l'Everest al loro elenco di mete che desiderano raggiungere nel corso della loro vita. Nella stagione delle scalate primaverili di quest'anno, che si è conclusa alla fine di maggio, hanno raggiunto la vetta dell'Everest più di 700 persone, un record assoluto. Una spedizione ha lasciato proprio in cima alcuni gettoni di una criptovaluta come pubblicità; un'altra vi ha depositato una statua di un ex re nepalese. Ormai arrivano in vetta più sherpa che scalatori paganti, dato che le agenzie offrono sempre più servizi da parte degli sherpa, con la promessa che non lasceranno mai soli i clienti durante la scalata e fino in cima. Alcune agenzie sono più astute e ferrate di altre nel loro marketing. Seven Summit Trek afferma sul suo sito web che il servizio “VVIP” è per coloro che “vogliono sperimentare che cosa si provi sul punto più alto del pianeta, avendo a disposizione un solido background economico in grado di compensare l'età matura, condizioni fisiche non proprio ottimali o la paura dei pericoli”. Forse, nella traduzione è andato perduto qualcosa del testo preparato dal gruppo nepalese, ma l'idea che l'Everest sia diventato una meta che anche i più facoltosi non in forma e anziani possono permettersi di raggiungere solleva non pochi interrogativi sul rispetto che si ha per la montagna più alta del mondo. “Stanno ridefinendo da zero il concetto di lusso sull'Everest. Ma tutto ciò non ha assolutamente senso dal punto di vista dell'alpinismo” dice Ed Douglas, scalatore britannico e direttore dell'“Alpine Journal”. “Arrivare in vetta è sicuramente una straordinaria conquista a livello personale, ma se uno naviga nell'oro, in genere una soluzione per farcela la trova in ogni modo”.

Kenton Cool, una guida britannica che è arrivato in vetta all'Everest con alcuni clienti per la tredicesima volta quest'anno, è sbigottito dall'inesperienza che vede nella “Death Zone” la cosiddetta zona della morte sopra gli ottomila metri. “Spesso mi accorgo di persone che non hanno mai indossato un rampone in vita loro e mi viene spontaneo chiedermi: ‘Dio mio, ma se io entrassi nel tuo ufficio di amministratore delegato senza la minima esperienza, non mi rideresti dietro? Che cosa ti fa pensare che la tua sia una buona idea?'”. Cool si considera al top di quello che il mercato può offrire: non è disposto a rivelare i prezzi che applica ai suoi clienti, ma specifica che comprendono due anni di allenamento e di scalate preparatorie. Dice che oggi più del 90 per cento di coloro che scalano l'Everest sono clienti paganti, e non più membri di spedizioni sponsorizzate che un tempo erano la norma. Nella poverissima regione nepalese, il cui governo impone un permesso di 11mila dollari agli scalatori stranieri per mettere piede in cima all'Everest, la prima scrematura dei clienti inizia – e spesso finisce – dal controllo delle loro possibilità economiche.

Indubbiamente, Eduard Wageer non è a corto di esperienza. Questo consulente del settore automobilistico ha scalato parecchie montagne impegnative più vicine a casa sua, compresa la parete nord dell'Eiger in Svizzera. Per lui l'Everest era una montagna scalabile, ma in precedenza questa non era mai stata un'ambizione realistica. “Devi trascorrere un sacco di tempo al campo base, e perlopiù si tratta di tempo perso. Non puoi lavorare e non ti resta che startene seduto a fare le rotazioni. A me non piace sprecare tempo”. Non appena ha saputo del pacchetto di 28 giorni, ha drizzato le orecchie. Ed è partito. Lukas Furtenbach, imprenditore austriaco e montanaro esperto che abita a Innsbruck, fa risalire il debutto di queste scalate costosissime dell'Everest al neozelandese Russell Brice, la cui società Himex alzò l'asticella negli anni Novanta, quando la montagna più alta del mondo divenne una meta commerciale. In seguito, la concorrenza fece abbassare i prezzi, mentre le aziende nepalesi creavano il budget market.

Furtenbach non vide possibilità alcuna di entrare in gioco e resistette alla tentazione di aggiungere l'Everest al suo elenco di destinazioni. Ma nel 2016, quando ebbe la possibilità di girare un film ad alta definizione sull'Everest, offrì alcune destinazioni premium ad appena 35mila dollari, una cifra con la quale ci rimetteva. “Naturalmente, ci odiarono tutti” ricorda. L'anno scorso Furtenbach ha alzato le tariffe portandole a 50mila dollari, cifra che secondo lui copriva appena le spese, e ha spostato il campo base sul versante settentrionale tibetano relativamente tranquillo, in alternativa al più famoso campo meridionale in Nepal (entrambi sono sopra i cinquemila metri, ma quello tibetano è accessibile da strada, il che rende più facile installarvi servizi migliori). Aveva già iniziato a distribuire le tende ipossiche d'alta quota alla sua clientela e a constatare le potenzialità in termini di risparmio di tempo della sua vendita esclusiva. “Mi sono accorto che la maggior parte delle persone interessate a scalare l'Everest ha come problema principale il tempo, non i soldi” ha detto. Quest'anno si sono uniti alla sua spedizione Flash del costo di 95mila euro (111mila dollari) quattro scalatori, due dentisti, il proprietario di un'azienda di energia solare e Wagner. E tutti hanno raggiunto la vetta della montagna.

Kenton Cool appartiene al novero di coloro che mettono in discussione l'approccio scientifico che sta dietro al metodo del pre-acclimatamento, ma Furtenbach assicura che con le sue tende gli scalatori sono più riposati e hanno maggiori energie per affrontare la scalata finale. Wagner, che si era allenato dentro a una tenda ipossica anche in palestra, dice di non essersi mai sentito altrettanto in forze ad alta quota. Anche il Seven Summits Club ha un tasso di successo del 100 per cento, il che significa che complessivamente 59 persone hanno raggiunto la vetta dell'Everest, compresi i nove clienti premium che hanno pagato 80mila dollari invece di 65mila per il pacchetto standard. Oltre all'aiuto degli sherpa, buon cibo e massaggi, al campo base tibetano hanno potuto approfittare del comfort di divani, docce calde e di un bar vero e proprio. Un'idea grandiosa dal punto di vista del marketing, sicuramente, ma scalare la montagna più alta del mondo non dovrebbe voler dire mettere in conto tempo e una certa sopportazione dei disagi? “No” risponde Alex Abramov, scalatore esperto e presidente di Seven Summits Club. “Se la gente non ha tutte queste cose si annoia e vuole tornare a casa. Se la spedizione è confortevole, più persone vogliono raggiungere la vetta. Siamo esseri umani, non buoi tibetani”. Perfino gli scalatori più esperti sono ottimisti nei confronti dell'evoluzione dell'arrampicata sull'Everest intesa come esperienza premium.

Sicurezza e champagne
Sir Chris Bonington scalò la più alta montagna del mondo nel 1985, quando il Nepal autorizzava una sola spedizione l'anno per itinerario. “Ringrazio Iddio di essere riuscito a scalarlo a quei tempi” dice, “ma per chi vuole farlo oggi, una cosa è certa: sarà uno dei momenti più belli della sua vita. Perché negarglielo?”. Prosegue raccontando che ai suoi tempi le spedizioni si avvalevano di un esercito di portatori, e che lui e la sua squadra al campo base festeggiarono in una grande tenda caotica. Poi Cool aggiunge: “Nelle prime spedizioni britanniche degli anni Venti, si festeggiava a foie gras e champagne. Godere di qualche comfort al campo base non toglie necessariamente qualcosa all'esperienza in sé. Si deve pur sempre scalare la montagna: nessuno può portarti in cima”. L'affollamento in quota è stato spesso criticato perché moltiplica i pericoli di una spedizione, e quelle più economiche spesso prevedono guide e sherpa poco esperti. Alan Arnette, scalatore americano e stimato giornalista online specializzato sull'Everest, dice che i pacchetti premium, pur sempre una minoranza, non possono che rendere più sicura una spedizione. Di solito ogni giorno perdono la vita su questa montagna dalle sei alle otto persone, numero rimasto costante nell'epoca moderna malgrado l'aumento del traffico delle spedizioni sull'Everest, e tra di loro il più delle volte vi sono scalatori inesperti (all'inizio degli anni Duemila ogni anno arrivavano in vetta circa cento persone). Arnette aggiunge che “tanti sconosciuti vi hanno perso la vita. Questa non è più esplorazione come la si intendeva mezzo secolo fa”.

Il futuro è nei pacchetti premium
Che cosa c'è da aspettarsi in futuro dai pacchetti premium? Abramov ha già ordinato la costruzione di nuove sale da bagno lussuose e di una nuova cucina da far trasportare dai camion al campo tibetano in tempo per la prossima stagione. Ma anche nei campi più in alto appaiono i primi segnali di lussi aggiuntivi. Furtenbach, che quest'anno ha installato al campo base una sauna nella cabina riconvertita di un'ovovia, al Campo 1 a settemila metri offre già una tenda-ristorante riscaldata. Pensa che altri seguiranno il suo esempio, e che l'epoca delle spedizioni lunghe sia finita: “Sono più che sicuro che tra cinque o dieci anni nessuno impiegherà due mesi per scalare una vetta alta ottomila metri” ha detto. Wagner adesso è ritornato al lavoro, e non dorme più in tende ipossiche da alta quota. Liquidando le critiche al suo approccio al monte Everest, dice che soltanto una persona può affermare di aver intrapreso e condotto a buon fine un'ascensione nel senso puro del termine: nel 1996 lo scalatore svedese Göran Kropp percorse tredicimila chilometri in bicicletta da casa sua al campo base prima di scalare l'Everest da solo senza l'aiuto dell'ossigeno. “Chiunque altro si colloca in un'area intermedia. E non è che io ho preso l'ascensore” aggiunge Wagner. “Io ho scelto un modo per ridurre al minimo la parte noiosa della spedizione”. Nel frattempo, in vetta si è tutti uguali. “Conquistare l'Everest è un momento epico. Sapendo di essere in cima al tetto del mondo, ci si dimentica di tutto il resto”.

Traduzione di Anna Bissanti

© 2018, The Financial Times

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