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Quel colosso di granito dimenticato su una spiaggia della Sardegna

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Storie segrete

Quel colosso di granito dimenticato su una spiaggia della Sardegna

(Gianluca Guidi)
(Gianluca Guidi)

È il 26 luglio 1943. Il giorno prima il Gran Consiglio ha votato la sfiducia a Mussolini. Il fascismo è finito, con tutte le conseguenze che ne seguiranno. Una di queste, di proporzioni assai più modeste di quelle che porteranno all'Italia repubblicana, la si può ammirare e toccare con mano in un posto che mai ci si aspetterebbe. Siamo a Santo Stefano, una delle isole dell'arcipelago e parco marino della Maddalena. Di fronte c'è Palau, il porto sulla terraferma da cui partono i traghetti per La Maddalena, poco più a Nord di Santo Stefano, mentre a nord-est, ma sempre a pochissima distanza, c'è Caprera, il buen retiro di Garibaldi, dove si trova la casa e la tomba dell'Eroe dei due mondi e, da qualche anno, si può anche visitare, a punta Arbuticci, il memoriale nella nuova versione multimediale. Eppoi, più a ovest, Spargi, Budelli con la spiaggia rosa, Razzoli, Santa Maria e alcune isole minori. E ancora più a occidente le falesie di Bonifacio e la Corsica.

È uno dei posti più turistici della Sardegna. La più patinata Costa Smeralda è a pochi chilometri. Verrebbe da dire che è anche uno degli scenari più belli, se non si rischiasse di fare un torto a luoghi altrettanto magici dell'isola. Sicuramente, è uno dei più ventosi, situato com'è lungo il canale delle Bocche di Bonifacio. Non a caso il Centro velico Caprera, una delle scuole di vela più conosciute insieme alla francese Glenans, da oltre 50 anni abita da queste parti. E non è un caso che patiti del windsurf, del kite e del surf da onda si aggirino in questi tratti di mare. Oltre, ovviamente, a migliaia di turisti più sedentari.

Un argano e i binari: la cava
Ma questo è lo sfondo, la quinta naturale e meravigliosa che tuttavia c'entra poco con quel 26 luglio 1943 e con la nostra storia. Che comincia se si decide di andare con la barca a fare un bagno a cala Villamarina a Santo Stefano, sul versante sud-orientale dell'isola, a circa un miglio da Palau. Non è necessario rimanere in rada, perché un pontile in granito, residuo delle fortificazioni militari che proteggevano questa parte della Sardegna - tutt'ora visibili e alcune anche visitabili - consente lo sbarco a terra. Immediatamente saltano agli occhi alcuni “oggetti” che poco hanno a che fare con il granito incombente e la vegetazione di cisto, mirto e lentisco: ci sono i resti di un vecchio argano semisepolti dalle piante, vecchi binari divelti e arrugginiti, più in là un carrello di quelli utilizzati nelle miniere. Stanno lì a testimoniare ciò che quel luogo è stato: una cava di granito, con il suo rosario di fatica e di pericoli, proprio lì a pochi metri dal paradiso turchese dove in genere i turisti si contentano di stare.

Il mezzo busto di Ciano
La sorpresa, però, deve ancora arrivare.Percorrendo un viottolo che dal pontile si inerpica leggermente verso l'interno dell'isola, si arriva a un grande spiazzo dove, tra blocchi squadrati di granito e resti delle lavorazioni della cava, troneggia un mezzo busto di circa tre metri. È, in tutti i sensi, granitico: perché totalmente scolpito nella pietra-madre che rende unici questi luoghi e perché quel viso, con enormi baffi e una divisa da vecchio marinaio, ha un atteggiamento severo e marziale. Si tratta di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, ufficiale di Marina che si distinse in alcune operazioni durante la prima Guerra mondiale per le quali fu più volte decorato e poi, da politico, abbracciò il fascismo, ricoprendo la carica di ministro e successivamente quella di presidente della Camera.

Il gerarca in berretto e cerata
Alla sua morte, avvenuta improvvisamente nel 1939, il regime volle ricordarlo con un'opera imponente da realizzare nella città natale di Livorno. Il progetto fu affidato ad Arturo Dazzi, artista fedele a Mussolini, che disegnò un grande mausoleo di forma squadrata al cui interno doveva essere ospitata la tomba di Ciano. Il mausoleo, che oggi versa in stato di degrado, doveva poi essere sormontato da una statua di 13 metri che rappresentava il gerarca con i panni classici che i marinai indossano contro le intemperie: berretto con calata fino alla schiena e cerata. Completava l'opera un faro da costruire alle spalle della statua. Il granito della Sardegna sembrò la pietra più adatta anche se ostile alla lavorazione e la scelta cadde sulla cava di Santo Stefano, una, e neanche la più grande, di quelle sparse nell'arcipelago. A La Maddalena c'era, per esempio, Cala Francese, anch'essa oggi dismessa: una cava imponente e selvaggia che conserva il ricordo di ciò che fu e ancora adesso vale una visita (naturalmente anche perchè c'è la possibilità di fare un bel tuffo).

Il tronco incompiuto
I lavori per la statua di Ciano a Santo Stefano iniziarono nel 1941 e nel luglio 1943 erano pronti i due pezzi del busto. L'ultima parte del tronco era in fase di rifinitura e di completamento. Tutto, però, si fermò la mattina di quel 26 luglio. Il proprietario della cava ricevette un telegramma da Roma: «Sospendete i lavori» diceva. Il fascismo era caduto e con esso anche i suoi simboli presenti e passati. Figurarsi quelli futuri. Da quel momento la statua incompiuta è rimasta lì. Ogni tanto qualcuno avanza un progetto per recuperarla, magari trasferendola e collocandola in un altro contesto. Finora, però, non se ne è fatto niente. E tutto sommato non è un gran male, perché più che un senso di abbandono, Ciano e la cava dismessa restituiscono la magia di un tempo-non-tempo, di una sospensione ferma a quella mattina del luglio di tanti anni fa. E la vacanza aumenta di fascino.

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