SPECIALE GIOVANNI PAOLO II
14 ottobre 2003
Chiesa in dialogo con le fedi

Immaginiamo un ideale filmato in quattro scene. La prima ha come fondale la splendida basilica di San Francesco ad Assisi. É il 27 ottobre 1986: attorno a Giovanni Paolo II, senza trono, si raccolgono nei più diversi e variopinti abiti cerimoniali i rappresentanti di quasi tutte le fedi del mondo, ognuno con un virgulto l'ulivo tra le mani. É quella che è stata chiamata "l'icona di Assisi" e che ha generato "lo spirito di Assisi", riproposto il 24 gennaio 2002, sempre con la stessa finalità: le religioni devono essere sorgente di pace, pur nella molteplicità delle loro espressioni, e devono ritrovare nella preghiera il loro proprio terreno d'incontro e il loro alimento più genuino.
Seconda scena: è il 26 marzo 2000. Il Papa, sostenuto ora da un bastone, s'avvicina solitario davanti al grandioso Muro del tempio di Gerusalemme e, come fanno i fedeli ebrei, infila tra gli interstizi dei grossi blocchi erodiani una carta con la sua invocazione rivolta a Dio: "Siamo profondamente addolorati per il comportamento di quelli che nel corso della storia hanno causato sofferenze a questi tuoi figli e, nel chiedere il tuo perdono, desideriamo impegnarci a una sincera fratellanza con il popolo del Patto".

Terza scena: è il 18 gennaio 2000. Da poco si è inaugurato in San Pietro l'anno santo. Si devono aprire ufficialmente le porte sante delle altre tre basiliche maggiori. A San Paolo è il Papa stesso, e non un cardinale delegato, che presiede quella funzione. Ma, accanto a sé, vuole i rappresentanti delle altre confessioni cristiane. Ed ecco quell'immagine televisiva ben nota di un Wojtyla sulla soglia della porta, affaticato e inginocchiato, accompagnato dal Primate di Canterbury George Carey e dal Metropolita Anastasio del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, mentre alle spalle si distende lo stuolo delle altre personalità ortodosse e protestanti.
Quarta e ultima scena: siamo a Casablanca durante la visita in Marocco del 1985. Prima di parlare alla folla di giovani che lo attende nello stadio, Giovanni Paolo II saluta i capi dell'Islam e bacia una copia preziosa del Corano. Poi, in quello che sarà un vero e proprio discorso programmatico per i rapporti col mondo musulmano, echeggiando le parole dello stesso Corano (5, 48) proclama: "Ci siamo trovati su posizione opposte e abbiamo consumato le nostre energie in polemiche e in guerre. Io credo che Dio ci chiama, oggi, a cambiare le nostre antiche abitudini. Dobbiamo rispettarci. E dobbiamo anche stimolarci reciprocamente nel compiere opere di bene".

Abbiamo voluto evocare quattro eventi emblematici perché fossero quasi come i punti cardinali simbolici dell'impegno pastorale costante di papa Wojtyla per il dialogo ecumenico e interreligioso. Certo, egli ha ribadito con forza che ogni fede, a partire da quella cattolica, deve mantenere la sua identità profonda, anche se non in modo integralista e letteralista. É per questo che nell'enciclica Redemptoris missio (1990) ha affermato l'impegno dell'annunzio e della testimonianza di Cristo nel mondo. Ma questo atto, se autentico e fedele, deve rendere da un lato più vivo il dialogo coi valori delle altre religioni e, d'altro lato, deve far emergere quei "semi del Verbo", come usavano dire gli antichi Padri della Chiesa, effusi da Dio nel terreno della storia universale. Diceva allora il Pontefice: "L'universalità della salvezza non significa che essa è accordata solo a coloro che, in modo esplicito, credono in Cristo e sono entrati nella Chiesaà É lo Spirito che sparge i semi del Verbo, presenti nei riti e nelle culture, e li prepara a maturare in Cristo".

Di fronte a questa fedeltà alle proprie radici cristiane cattoliche ma anche alla certezza che "Cristo ha certamente le sue vie per giungere a ciascuno" (come affermava nel libro-intervista "Varcare la soglia della speranza" del 1994), Giovanni Paolo II si è dedicato con passione ma anche con rigore al dialogo ecumenico, raccogliendo il filo lanciato dal Concilio Vaticano II e da Giovanni XXIII e Paolo VI. Lo ha fatto innanzitutto a livello teorico con l'ampia enciclica Ut unum sint del 25 maggio 1995, aperta appunto dall'invocazione orante pronunziata da Cristo l'ultima sera della sua vita terrena: "Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Giovanni 17, 21).
Lo ha fatto attraverso una serie costante di pronunciamenti e di gesti di fraternità con le altre Chiese, senza temere di toccare argomenti spinosi, come quello del primato petrino, un ministero che Giovanni Paolo II vorrebbe fosse esercitato nella comunione, spostando l'accento dalla giurisdizione al servizio nella fede, nella carità e nell'umiltà. É per questo che egli in quell'enciclica si rivolge ai vari responsabili ecclesiali e ai teologi perché si instauri "un dialogo fraterno e paziente" sulle forme in cui tale servizio si possa esercitare. Parole e gesti, dicevamo. Ne possiamo elencare un numero alto e significativo, a partire dalle reiterate domande di perdono ("perdoniamo e chiediamo perdono" è la frase-chiave), sfociate in quel solenne atto di pentimento del 12 marzo 2000 in San Pietro, un emozionante rito penitenziale, così forte da aver sollecitato qualche reazione all'interno di alcuni ambienti cattolici.

Con l'Ortodossia rimane sempre vivo l'appello a "respirare" insieme perché il cristiano "deve avere due polmoni, quello orientale e quello occidentale" (così già nel 1980). É per questo che si moltiplicheranno le commissioni interecclesiali con armeni, assiri, siri, etiopici e si giunger�� a un importante accordo cattolico-ortodosso detto di Balamand (la località libanese dove la commissione si era riunita), per risolvere la delicata questione delle Chiese cattoliche orientali. Il Papa visiterà vari Paesi ortodossi, compresa la Grecia (2000) molto fredda nei confronti dell'ecumenismo e, quando a Bucarest, abbraccerà il patriarca rumeno Teoctist, la folla scoppierà in un grido fragoroso e ripetuto: "Unitate! Unitate!". Certo, rimane aperto il contenzioso con la Chiesa russa, una crisi che ha cause giurisdizionali, storiche e pastorali che non possiamo ora neppure sintetizzare, data la loro complessità sostanziale e formale.

Il sogno di un incontro col patriarca Aleksij II rimane, comunque, una delle attese più intense di Giovanni Paolo II e il lavoro segreto perché le due Chiese possano ritrovare serenità nei loro rapporti è incessante.
Parole e gesti si sono moltiplicati anche con le Chiese protestanti con le quali si hanno consultazioni sistematiche. Se con gli Anglicani il risultato più rilevante è stato il documento The Gift of Authority del 1998, decisivo col mondo luterano si è rivelato l'accordo di Augsburg (Augusta) con la "Dichiarazione sulla dottrina della giustificazione" (1999), uno dei nodi teologici aggrovigliati fin dalla Riforma di Lutero e che a livello popolare è semplificato nel dilemma "salvezza per la fede e/o attraverso le opere". Atti e messaggi valicano, però, le frontiere della cristianità e, come si è visto negli eventi simbolici descritti in apertura, si allargano alle altre religioni, a partire dai due monoteismi fratelli, l'ebraismo e l'Islam.

Wojtyla aveva avuto ebrei tra gli amici e i compagni di scuola: "Ho ancora negli occhi le file dei fedeli che il giorno festivo si recavano nella sinagoga a pregare", scriveva il Papa all'amico ebreo Jerzy Kluger. Nella sua prima visita in Polonia, pochi mesi dopo l'elezione, si recherà anche ad Auschwitz (1979) e nel 1987, incontrando gli ebrei di Varsavia, dirà loro: "Il Papa venuto dalla Polonia ha un particolare rapporto con la Shoah perché insieme a voi ha vissuto in un certo senso tutto ciò, qui, in questa terra". Indimenticabile rimarrà la visita, la prima di un Pontefice, alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986, come lo sarà quella del marzo 2000 a Gerusalemme, con la sosta commossa nell'oscurità, squarciata solo da una fiaccola perenne, dell'Yad Vashem, il memoriale dell'Olocausto: "L'antisemitismo è un grande peccato contro l'umanità".

Ma il dialogo con l'ebraismo ha anche una dimensione teologica, essendo i figli di Israele eredi del Patto divino e "fratelli maggiori" dei cristiani: è per questo che il Papa ha denunziato, sulla scia del Concilio, "le interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebraico e la sua presunta colpevolezza" per la condanna di Gesù. Sempre in questa linea, dal 24 al 26 febbraio di quest'anno a Roma si è incontrata la Commissione mista tra la Santa Sede e Gran Rabbinato d'Israele e, per la prima volta nella storia, il Papa ha nominato ausiliare del Patriarca di Gerusalemme un vescovo di ascendenza ebrea, per la comunità di cattolici di origine ebraica di Israele.
E, lasciando tra parentesi l'orizzonte delle religioni orientali presenti ad Assisi e spesso incontrate in Vaticano (si pensi solo al Dalai Lama), vorremmo concludere coi gesti destinati all'Islam. É questo il confronto più delicato: il dialogo è fortemente voluto proprio per la stagione di fondamentalismo e di orgoglio di sé che un certo Islam sta ora vivendo. Alla reazione che spesso è auspicata da ambiti cristiani Giovanni Paolo II contrappone, invece, l'incontro sereno, pur nella consapevolezza di un percorso erto e irto di ostacoli (non ultima la questione della libertà religiosa nei Paesi musulmani).

Oltre all'evento citato di Casablanca e agli atti diplomatici e ai messaggi in occasione delle due guerre in Irak, di forte impatto simbolico sono stati tre gesti. Innanzitutto l'esortazione apostolica Una speranza nuova per il Libano (1997): "Nelle relazioni ecumeniche e interreligiose il senso della pace è un elemento fondamentale del dialogo fraterno". C'è stata, poi, la prima visita di un Papa a una moschea: nel 2001 Wojtyla ha varcato le soglie della Grande Moschea degli Omayyadi di Damasco, che conserva anche il cenotafio di san Giovanni Battista, Yahia per i musulmani, venerato anche da loro come profeta. Inoltre, in quello stesso anno, il 14 dicembre, Giovanni Paolo II indiceva un digiuno penitenziale in coincidenza con quello del Ramadan e in connessione con gli attentati di New York e le sofferenze del popolo afghano in guerra. Alla fine dell'enciclica Ut unum sint egli scriveva: "Se volessimo chiederci se l'ecumenismo è possibile, la risposta sarebbe sempre: sì. La stessa risposta udita da Maria di Nazaret, perché nulla è impossibile a Dio". É questo il grande miracolo per cui Papa Wojtyla prega e spera.

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