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Economia e Lavoro
Il crack di Collecchio
Martedí 30 Marzo 2004
Tonna: 16 banchieri sapevano del default

«Tutte le banche italiane ed estere avevano adeguati strumenti per rilevare esattamente la difficile situazione finanziaria di Parmalat dal 1994-1995». Parola di Fausto Tonna. L'ex direttore finanziario del gruppo emiliano riferisce queste circostanze ai magistrati milanesi il 20 gennaio 2004. A interrogarlo nel carcere di Parma è il sostituto procuratore Eugenio Fusco, impegnato nell'inchiesta sulla Parmalat a fianco di Francesco Greco e Carlo Nocerino. «Anche a prescindere dal problema della liquidità - spiega Tonna - era a mio avviso sufficiente confrontare il passivo risultante dalla esposizione verso le banche col passivo dichiarato in bilancio per comprendere che i conti non tornavano». Il manager lancia accuse pesanti: banchieri, dirigenti e funzionari «conoscevano - dice - il sussistere dello stato di default permanente perché avevano avuto modo di verificare negli anni, e anche dall'interno, la situazione patrimoniale e finanziaria del gruppo». Tonna elenca sedici nomi: Cesare Geronzi, Matteo Arpe e il defunto Giorgio Brambilla (Capitalia), Gianpiero Fiorani e Pier Giorgio Signorelli (Popolare di Lodi), Federico Imbert (Jp Morgan Chase), Pietro Modiano e Russo (Ubm-UniCredit), Paolo Botta (Citibank), Massimo Armanini e Marco Pracca (Deutsche Bank), Patrizia Cozzoli (Ubs), Luca Sala (Bank of America), Lastrico (Ifi Italia), Principe (Sanpaolo-Imi) e Casalini (Intesa). Sempre Tonna aggiunge di non avere mai discusso apertamente con nessun banchiere dello stato di dissesto della Parmalat anche se - ripete - alcuni istituti avevano tutti gli strumenti per accertarsene perché bastava incrociare «lo scostamento tra il debito reale e il debito di bilancio». Dagli atti depositati dai pubblici ministeri di Milano impegnati nell'inchiesta su Parmalat emerge anche l'interrogatorio di Salvatore Torrente, segretario e legale della Gemina fino al giugno '96 e poi avvocato in proprio (la Gemina, allora, era controllata dai principali nomi del capitalismo italiano). Il 16 gennaio scorso, davanti al pubblico ministero Eugenio Fusco, Torrente racconta la sua verità sui rapporti con Luigi Antonio Manieri, l'uomo d'affari pugliese che poco prima del crack di Collecchio s'era offerto di ricapitalizzare la Parmalat con 3,7 miliardi di euro per conto di un gruppo d'investitori rimasti misteriosi. Un'operazione dai contorni mai chiariti, che doveva passare dall'istituto Sanpaolo-Imi e che ha avuto sponsor molto influenti, al massimo livello del potere. I miei rapporti con Manieri, racconta Torrente, cominciarono nell'autunno 2002. Il primo appuntamento avvenne a Milano, presso lo studio del professor Claudio Dematté (l'ex presidente della Rai, deceduto nei giorni scorsi), che Torrente definisce «consulente» di Manieri. Sempre secondo Torrente, lo stesso Manieri aveva considerato, ma senza farne nulla, la possibilità di acquisire la Gandalf. Inoltre, tra gli obiettivi imprenditoriali dell'uomo d'affari pugliese e dei suoi soci «vi era la costituzione di un polo agro-alimentare in Italia» in quanto «dotati di forte liquidità da immettere in aziende che avevano bisogno di risorse finanziarie». Per questo, «inizialmente, l'interessamento si era concentrato su Cirio». Tanto che, sostiene Torrente, ci fu un incontro tra Manieri e Sergio Cragnotti, all'epoca azionista di controllo del gruppo alimentare romano. Ma anche in tal caso la trattativa non proseguì per la «convinzione che la vicenda Cirio sarebbe comunque passata attraverso una procedura concorsuale». Così maturò l'alternativa rappresentata «dalla possibilità di entrare in affare con il gruppo Tanzi e principalmente per il comparto del turismo», con il primo incontro avvenuto nel luglio 2003 tra Calisto Tanzi, Manieri, lo stesso Torrente e Gian Guido Oliva, responsabile delle relazioni esterne di Parmalat e amico dell'interrogato. Successivamente l'investimento nelle attività del turismo svanì, mentre per l'ingresso in Parmalat fu coinvolto il Sanpaolo-Imi, la banca da cui dovevano passare i 3,7 miliardi di euro apportati da Manieri e dai suoi amici. Più esattamente, secondo la ricostruzione di Torrente, venne coinvolta la San Paolo Fiduciaria. Ma il gruppo torinese chiese informazioni adeguate sulla provenienza dei capitali. La proposta di Torrente e Manieri fu che Sanpaolo-Imi accettasse il mandato e che, una volta garantita la riservatezza del rapporto, ciascun fiduciante fornisse chiarimenti sulla provenienza dei capitali. La risposta, riferisce Torrente, «fu negativa». Sull'identità dei soci di Manieri resta l'interrogativo. Su un unico punto Torrente fa chiarezza: «Sono assolutamente certo - dice - che dietro di lui non vi era assolutamente Tanzi». Meno chiara, ma comunque interessante, è una dichiarazione dell'ex direttore finanziario della Parmalat, Luciano Del Soldato, sempre sulle modalità dell'entrata in scena di Manieri. Del Soldato ammette di avere predisposto, «nell'eventualità che ci fosse stato bisogno», un fondo nero a Curacao, nelle Antille Olandesi, per «aiutare l'aumento di capitale dei 3,7 miliardi di euro che sarebbero dovuti entrare, secondo indicazione di Tanzi, in Coloniale» (la cassaforte di famiglia a cui faceva capo il controllo di Parmalat, ndr). Dai faldoni di documenti depositati ieri alla Procura di Milano per l'avviso di conclusione delle indagini, spunta anche l'interrogatorio di Pier Giovanni Tanzi, segretario particolare e uomo di fiducia di Calisto Tanzi, il quale rivela di aver svolto, tra il '90 e il '92 e poi tra il '99 e il 2003, la funzione di ufficiale pagatore nei confronti di soggetti indicati dall'ex patron della Parmalat. Infine, Luciano Silingardi, il banchiere di fiducia di Calisto Tanzi, che sedeva nel consiglio d'amministrazione della Parmalat, rivela una confidenza dell'imprenditore di Collecchio: «Calisto mi disse che Capitalia, Sanpaolo-Imi e Intesa gli avevano imposto Enrico Bondi come amminsitratore delegato» del gruppo. GIUSEPPE ODDO FABIO TAMBURINI

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