archeologia
19 novembre 2004
I mille colori delle statue classiche

A sentir parlare di "arte classica" le reazioni possono essere differenti, ma in fondo è probabile che si provi un piccolo brivido pensando a statue immacolate e un poco gelide. Peccato che questo sentire, radicato da secoli nella nostra cultura, sia uno dei più colossali fraintendimenti che la storia dell’arte conosca. Un greco o un romano che - per assurdo - potesse visitare i nostri musei inorridirebbe di fronte a tanto pallore. D’altra parte il visitatore moderno che si trovasse di fronte a una scultura antica conservata con la sua policromia originaria, la prenderebbe per uno scherzo discutibile e subirebbe una sorta di choc estetico.
Se la prima ipotesi resta improbabile, per verificare la seconda basta recarsi ai Musei Vaticani e visitare la mostra «I colori del bianco» in cui sono esposte una serie di opere antiche con tracce più o meno consistenti del colore originario, ma soprattutto le loro ricostruzioni al vero in cui si è tentato di riprodurre la policromia antica. Un équipe di archeologi, chimici e filologi che ruotano attorno a tre musei (la Gliptoteca di Monaco, la Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen e i Musei Vaticani) ha unito le forze per tentare di visualizzare come doveva apparire ai contemporanei una serie di sculture tra l’arcaismo greco (VI secolo a.C.) e l’età romana imperiale.
Sia chiaro: pensare di ripristinare l’aspetto delle sculture esattamente "come nuove" sarebbe una presunzione eccessiva. Ogni ricostruzione si basa su una complessa serie di analisi, che integrano l’occhio dell’archeologo con foto a luce ultravioletta o radente, con l’uso di microscopia ottica e a scansione elettronica, con cromatografia a gas e liquida.
Le copie policrome così ottenute mantengono necessariamente una percentuale di ipotesi che, a seconda della conservazione dell’originale, sarà ora più ora meno elevata. Si potrà dunque discutere sul singolo dettaglio, ma nell’insieme si tratta di uno sforzo che permette di sfatare vecchie concezioni e di avere un’idea assai più verosimile della realtà antica.
Il "racconto" del colore inizia con l’arcaismo greco e subito ci si accorge che il recupero della decorazione policroma non è un dettaglio secondario, ma coinvolge il significato stesso della scultura. L’esempio migliore si ha in uno dei pezzi che si trovano in tutti i manuali: la cosiddetta kore del peplo del Museo dell’Acropoli di Atene. Una volta che ne venga ricostruita la policromia originaria, infatti, questo nome si rivela doppiamente sbagliato: non è una kore, né porta il peplo. Ma cominciamo dall’inizio: alla fine dell’Ottocento vennero alla luce le sculture dedicate nei santuari dell’Acropoli, distrutte dall’invasione persiana del 480 a.C. e pietosamente seppellite sul posto dagli Ateniesi prima della ricostruzione. In quell’occasione fu scoperto un gran numero di statue femminili ritte in piedi, dal volto luminoso e dal sorriso lievemente enigmatico. Dovevano rappresentare l’offerta di famiglie della fascia sociale più elevata dell’Atene dell’epoca e vennero definite korai, in greco "fanciulle". Tra queste era anche la nostra kore, vestita di una mantellina sopra una veste lunga che si apriva sul davanti, al di sotto della cintura, a mostrare la gonna. Qualcosa, però, non era del tutto chiara: l’abito lineare e severo, infatti, era un po’ troppo all’antica se paragonato allo stile della testa (530-520 a.C.).
Esaminando la statua con particolari tecniche fotografiche sono saltati fuori dettagli interessanti: la luce radente ha permesso di riconoscere i sottili graffiti preparatori delle figurazioni dipinte e la luce ultravioletta ha fatto emergere tracce di colore ormai invisibili a occhio nudo. Si sono così ricostruiti i disegni della veste e si è recuperato il fregio ad animali e cavalieri sulla gonna. Il vestito "all’antica" non era dunque un attardamento della moda, ma una veste cerimoniale di origine orientale (l’ependytes) utilizzato per la dea Atena o, forse, per Artemide, pure venerata sull’Acropoli. Perdiamo dunque la «kore del peplo» per guadagnare una «dea con ependytes».
Sorprendenti per altri motivi sono le ricostruzioni delle statue dei frontoni del tempio di Atena Aphaia sull’isola di Egina, il vanto della Gliptoteca di Monaco, raffiguranti una battaglia fra Greci e Troiani. La scultura più completa dal punto di vista del colore è il cosiddetto Paride, un arciere troiano inginocchiato che sta per scoccare la sua freccia micidiale. Veste una giacchetta di cuoio attillata e senza maniche, decorata da bordure e da una fascia, mentre al di sotto indossa una specie di "pullover". Le maniche sono fittamente decorate di motivi romboidali che si incastrano gli uni negli altri, giocati sul rosso, verde malachite, blu e giallo, con un effetto da far invidia a un moderno designer, mentre i pantaloni hanno un disegno simile, che segue elasticamente la modulazione delle membra asciutte e vigorose.
Passando all’età romana troviamo due casi molto diversi di ritratti imperiali. Uno è l’Augusto di Prima Porta dei Musei Vaticani, la statua più famosa di questo imperatore, trovata nella villa della moglie Livia poco fuori Roma, sulla via Flaminia. Anche a distanza e in penombra non si può sbagliare: solo l’imperatore portava quel mantello rosso porpora, un tono squillante ottenuto con una lacca organica finora raramente identificata sulla scultura. È il paludamentum, segno inconfondibile dell’autorità militare, che Augusto portava solo sul campo e che mai poteva indossare in città, nella vita civile. Sulla corazza, il cui fondo conserva il colore bianco e luminoso del preziosissimo marmo di Paros, spiccano invece in blu, rosso e marrone i rilievi che raccontano la restituzione ai Romani delle insegne che i Parti avevano strappato all’esercito di Crasso, distrutto nella battaglia di Carrhae. Era uno dei vanti dell’imperatore averle recuperate per via diplomatica, rimuovendo una grave onta senza ricorrere a ulteriore spargimento di sangue. Il colore, in questo caso, sottolinea solo gli elementi salienti per comunicare nel modo più chiaro e immediato il messaggio politico dell’opera, con tecnica quasi pubblicitaria, anche a costo di violare le convenzioni realistiche lasciando bianca la corazza e la pelle.
Tutto al contrario avviene nel ritratto di Caligola della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen, dove le tracce di incarnato hanno permesso di ricostruire una pelle vivacemente colorata.
L’originale conserva ancora l’occhio sinistro con ciglia, sopracciglio e iride, mentre le frange dei capelli sono delineate con sottili tratti di pennello a integrare le ciocche che lo scultore aveva realizzato plasticamente. Per ottenere la copia destinata all’esperimento di colorazione, si è ricorsi addirittura a una scansione laser dell’originale: sulla base di questi dati una fresa guidata dal computer ha scolpito un duplicato in marmo, per non danneggiare con calchi tradizionali i resti di colore.
Per dare un’idea dell’evoluzione del gusto cromatico romano è esposto un sarcofago paleocristiano dei Musei Vaticani di cui un recentissimo restauro oltre alla policromia ha recuperato la doratura: nelle scene campestri il vello delle pecore al pascolo è finemente tratteggiato in oro a suggerire una vibrazione luminosa che, vista alla fiamma tremolante delle lucerne nel sepolcro, doveva conferire un’aura particolare al rilievo. Chiude la mostra il ritratto di Ariadne, moglie dell’imperatore bizantino Zenone: l’imperatrice che vide la caduta dell’impero romano d’occidente. Un volto dallo sguardo perforante grazie alle pupille dilatate, ottenute mediante inserti di pietra nera, e coronato dal copricapo purpureo e dorato, colorazione di cui restano ancora tracce piuttosto evidenti.
Visto così il mondo antico ci appare molto meno (neo)classico. Oggi che si è consumata la frattura tra radici greco-romane e modernità c’è almeno questo vantaggio: la possibilità rivedere le prime con occhio libero da preconcetti per esplorarne lati nonostante tutto ancora nuovi, come "opera aperta", dunque veramente classica.
(*) Ispettore del reparto Antichità classiche dei Musei Vaticani