elettronica civile
5 maggio 2005
La crisi Mivar va in onda sul tv piatto

Mivar è in crisi, ma il suo declino - sancito con la cassa di integrazione partita lunedì scorso per 400 dipendenti su 500 dell’ormai storica fabbrica di Abbiategrasso - è iniziato da tempo ed origina non solo dalla concorrenza dei produttori asiatici (che poi cinesi o asiatici, almeno di nome, non sono mica tutti), ma è anche la diretta conseguenza di un mutamento tecnologico epocale: il passaggio, sempre più veloce, dal tubo catodico al pannello a cristalli liquidi o al plasma. Non solo: la debacle dell’azienda fondata e guidata da Carlo Vichi nasce anche da un cambiamento nelle dinamiche di consumo. Lo styling - il design dell’apparecchio - è diventato argomento fondamentale di vendita con la forma che ha superato il contenuto. Un fatto dirompente per Mivar, che ha giocato per anni su un modello di business basato sull’irrilevanza dell’involucro rispetto alla sostanza nonché sul prezzo basso, molto più basso dei concorrenti diretti.
Il successo della Mivar, che nel 1990 raggiunse il suo apice con la costruzione di un mega stabilimento da 120mila metri quadrati, era fondato infatti su un listino che mediamente era un buon 50% più basso della media dei concorrenti. Certo, il look non era il massimo con quei mobili color antracite un po’ tristi, ma i televisori «made in Abbiategrasso» erano robusti, affidabili, costruiti in modo razionale e montavano cinescopi capaci di immagini stabili e dalla valida resa cromatica. L’audio invece lasciava parecchio a desiderare, ma i concorrenti più dotati costavano molto di più e l’utente era ben contento di portarsi a casa un 28 pollici Mivar al prezzo di un 20, ma più blasonato e più «stilish».
A partire dal nuovo millennio cambia il panorama di mercato. I grandi marchi europei, da Philips a Thomson, delocalizzano pesantemente, prima nell’Europa dell’Est e poi in Cina. Fino al punto che il colosso francese Thomson, nel novembre del 2003, ha ceduto il 67% del business dei televisori al gigante cinese Tcl (capace di sfornare 20 milioni di pezzi all’anno). Nel frattempo l’interesse dei consumatori per il tv a tubo catodico tradizionale inizia a scemare, soprattutto nel segmento medio-alto e in quello premium. L’oggetto del desiderio si chiama Lcd o plasma. E poco importa che la resa non sia sempre eccellente, quel che conta è lo stile. Il «Flat» piace perchè è moderno e, intanto, diventa più abbordabile. Il vecchio televisore con il tubo perde di interesse, una casa come Sony smette di produrre i leggendari tubi Trinitron, mentre i costruttori di gran nome sono “costretti” ad abbassare ulteriormente i prezzi dei tv crt, innescando una guerra senza quartiere. Ed ecco che anche in Italia si trovano facilmente apparecchi di marca (Philips, Aiwa, Samsung), palesemente made in China o in qualche altro Paese emergente, venduti a prezzi da bancarella o quasi. Prezzi tanto bassi da risultare più contenuti e concorrenziali di quelli di Mivar che, per resistere, lima ulteriormente i listini e rinnova il design che si fa più moderno con la livrea che da nera antracite diventa silver, giusto per seguire la moda del momento.
Ora la storica casa italiana non ce la fa più a reggere la sfida dei prezzi, i suoi prodotti perdono di concorrenzialità e le tecnologie Lcd e plasma diventano sempre più abbordabili, mentre il tv a tubo catodico tradizionale assume il ruolo di un oggetto di mera sostituzione o destinato a chi ha budget contenuti. Per Mivar, il boom del «Flat» diventa un ulteriore problema visto che nella sua gamma è presente, da poco, un solo tv a cristalli liquidi, un 20 pollici e di conseguenza è l’intera gamma della casa italiana a porsi fuori dai grandi giochi del settore: anche sul piatto di grande formato, 32- 42 pollici, i prezzi sono in picchiata, con buona pace dei margini di guadagno
Secondo la società di analisi Gfk, il mercato dei televisori a cristalli liquidi e al plasma sta crescendo in modo considerevole, mentre quello dei tv tradizionali è in deciso affanno. Nel periodo dall'aprile 2003 al marzo 2004 sono stati venduti 147.454 mila apparecchi Lcd, nei dodici mesi tra aprile 2004 e marzo 2005 invece il volume è stato di 505mila pezzi, per un valore complessivo che passa da circa 185 a 544 milioni di euro. In decollo verticale anche il mercato del plasma che nel medesimo periodo ha visto il volume crescere da poco più di 30mila pezzi a circa 102mila unità, per un giro d’affari più che raddoppiato a quota 322 milioni di euro.
I televisori a tubo catodico, un business ora concentrato per lo più sui modelli di piccole dimensioni che resta ovviamente dominante, ma a fronte di un aumento in volume, da circa 2,93 milioni a 3,43 milioni di pezzi, il valore è calato, passando da oltre 943 milioni a quasi 849 milioni di euro. Un ulteriore segnale del crollo dei prezzi e di un settore nel quale i costruttori locali come Mivar sono in crisi e cercano di rimanere competitivi pur con costi di produzione ben più alti di quelli dei diretti concorrenti internazionali avvantaggiati dal produrre in Cina, o attraverso contoterzisti tipo Ems (Electronics manufacturing services) e dagli alti volumi che permettono di strappare contratti con i fornitori di componenti nettamente più favorevoli.