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Attualità ed Esteri
referendum
14 giugno 2005
Ruini: non vogliamo cambiare la legge sull'aborto

Che il Cardinale Camillo Ruini sia stato il più lungimirante, capace di interpretare e perciò anche di accompagnare, o se si preferisce guidare, l'agire degli italiani sui temi complessi e ambivalenti di questi referendum, restano pochi dubbi. Anche i dati del voto ripartiti nei singoli quesiti dimostrano la frammentazione dell'elettorato e testimoniano quanto, sugli interrogativi sollevati, gli italiani abbiamo sondato fino all'ultimo le loro coscienze.
La differenza di scelta più marcata non a caso si è registrata sul tema della fecondazione eterologa. Al referendum sull'abrogazione del limite alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni l'89,2% di chi è andato a votare ha detto sì, no il 10.8%; si è espresso per eliminare le norme sui limiti all'accesso alla procreazione medicalmente assistita l'89.9%, contro il 10.1%; la percentuale dei favorevoli alla revisione delle norme su finalità, diritti dei soggetti coinvolti e limiti d'accesso è più bassa, all'88.8%, contro l' 11.2%; ma sul divieto di fecondazione eterologa solo il 78.2% si è pronunciato per l'abrogazione, mentre il 21.8% di chi è andato a votare preferisce mantenerlo.
Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana ha già messo un altro paletto: «Certamente siamo contro l'aborto, ma non vogliamo modificare la legge. Auspicheremmo soltanto che nella sua applicazione si tenga conto il più possibile della circostanza di favorire la vita». Tenuto conto che ad affermarlo è una delle menti della Chiesa cattolica, suona come uno stop, almeno per ora, a chi pensa di utilizzare i risultati di questo referedum per ridiscutere la legga 194.
Resta da capire quanto gli effetti di questa consultazione evidenzino la crisi dello strumento referendario in sè, e quanto siano il segno delle difficoltà e dei pericoli che l'utilizzo del referendum, così come è stato interpretato, implica in questa fase politica; con marcati rischi di snaturarlo rispetto alla sua funzione originaria. Che il parere dei cittadini depositato nell'urna abbia sempre avuto importanti conseguenze politiche nella logica dei partiti e degli schieramenti è un fatto provato. Ma in questi mesi la percezione degli italiani deve aver temuto un ribaltamento degli equilibri, come se gli intendimenti e la prassi politica fossero prioritari rispetto alle opinioni di chi è chiamato a esprimersi.
Il limite tra i due approcci è sottile e lo strumento del referendum li comprende entrambi, ma in questa occasione, nonostante le posizioni fluide nei due schieramenti, l'operazione referendaria è apparsa perdere il suo obiettivo vero, proprio a causa della complessità dei temi trattati.
L'effetto è stato il balzare all'occhio della logica politica, evidenziata come pura strumentalizzazione: prova ne sia il terremoto che si è scatenato in An. I segnali di movimenti tellurici nel partito di Fini non sono certo una novità, ma le posizioni espresse dal suo presidente sulla fecondazione, le reazioni di Fisichella e Fiori prima e le dimissioni di Alemanno e Mantovano poi, sono state solo un effetto del travaglio di An, che il referendum ha evidenziato.
Come nel centrosinistra le posizioni sulla procreazione medicalmente assistita sono servite a Rutelli per marcare le distanze da Prodi e dai Ds.
Gli inviti del Cardinale Ruini sono così apparsi a molti come l'invito a riportare le cose al giusto posto, al giusto peso. Allora c'è da chiedersi quanto gli italiani, come ha evidenziato l'Istituto Cattaneo, siano stati influenzati dall'invito della Chiesa, o quanto abbiano voluto richiamare la classe politica a dare prova di maggiore maturità.